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Momento cruciale per la Libia. Il percorso politico avviato con i colloqui mediati dalle Nazioni Unite, ha portato alla creazione di liste da cui dovrebbero uscire i nomi dei futuri nuovi leader del Paese. Se però da un lato il dialogo sembra poter proseguire, seppur tra alti e bassi, fino alla formazione di un nuovo governo, dall’altro le tensioni sul campo potrebbero compromettere i già precari equilibri sia politici che militari.

Gli scontri a Tripoli

La situazione è tornata ad essere molto delicata soprattutto nella capitale. A Tripoli oramai la battaglia che ha visto contrapposte le milizie vicine al governo di Al Sarraj con l’esercito di Haftar è conclusa da più di sei mesi. Era giugno infatti quando il generale ha deciso di ritirare le sue truppe. Ma ora la città è sempre più in preda a scontri interni alle sigle che assieme hanno combattuto contro l’uomo forte della Cirenaica. A fine gennaio l’eco delle armi è tornato a disturbare le notti dei tripolini. In diverse occasioni sono stati registrati scontri importanti soprattutto nella zona di Al Andalus, così come in altri quartieri della capitale libica. Segno di una tensione sempre più forte e che rischia di sfuggire di mano.

È bene ricordare infatti che il governo di Tripoli non dispone di vere e proprie forze di polizia o di sicurezza. La città dopo la fine dell’era Gheddafi nel 2011 è stata costantemente sotto il controllo delle varie milizie che nel corso degli anni si sono contese zone e quartieri del perimetro urbano tripolino. Da qui un equilibrio molto precario, che ha spesso portato alla degenerazione dei rapporti interni alle milizie fino ad arrivare non di rado a scontri e battaglie aperte anche in pieno centro. Esattamente proprio come è avvenuto soprattutto negli ultimi giorni di gennaio, in cui l’intensità degli screzi militari, come segnalato da diverse fonti locali, è risultata essere la più alta dalla fine della battaglia contro Haftar.

Il duello Al Sarraj/Bashaga

A scontrarsi tra le strade di Tripoli però, questa volta non sono piccoli gruppi o locali milizie spinte da semplici velleità di controllo di parti della città. Sullo sfondo invece, sembra esserci un drammatico braccio di ferro tra due fazioni ben definite: da un lato quella che fa capo al premier Fayez Al Sarraj, dall’altro invece quella vicina al ministro dell’Interno, Fathi Bashaga. A confermare questa ipotesi è anche la dichiarazione rilasciata al sito Libya24 dall’analista libico Muhammad Fitouri. Secondo quest’ultimo, gli scontri osservati a Tripoli potrebbero rappresentare “un anticipo di ciò che potrebbe accadere presto se lo scontro tra il premier e il ministro dilagasse”.

Segnali che tra i due qualcosa non andasse per il verso giusto, sono arrivati in estate. Il 28 agosto Al Sarraj aveva sospeso dall’incarico Fathi Bashaga, salvo per reintegrarlo il 3 settembre. Alla base degli screzi, i loro rispettivi ruoli nel futuro della Libia. Al Sarraj dovrebbe abbandonare la scena, ma non ci sta ad essere scavalcato da un Bashaga che, in qualità di ministro dell’Interno, ha iniziato da tempo, secondo il premier uscente, a muoversi autonomamente. Inoltre mentre Al Sarraj sta cercando altre alleanze oltre a quella molto forte con la Turchia, Bashaga è considerato di fatto un uomo di Erdogan a Tripoli. Ecco dunque perché negli ultimi mesi i due hanno dato vita a nuove formazioni di sicurezza rispondenti direttamente ai propri uffici.

Al Sarraj, in particolare, ha istituito una nuova forza di sicurezza sulla base della precedente forza di deterrenza denominata “Rada”. Al vertice è stato posto Abd al Ghani al Kikli, conosciuto come “Ghaniwa” e già noto per essere capo delle milizie che controllano lo strategico quartiere di Abu Salim. Bashaga invece ha puntato tutto su una nuova forza di sicurezza pubblica presentata ufficialmente il 17 gennaio scorso. Sarebbero proprio questi due gruppi ad aver ingaggiati i pesanti scontri degli ultimi giorni. E non è un caso che tutto sia avvenuto proprio in concomitanza con le novità arrivate dal fronte politico.

Rischio governo divisivo

Come funzionerà la votazione di Ginevra? Come spiegato da Agenzia Nova, le Nazioni Unite hanno ideato un complesso meccanismo di voto in tre fasi:

  • La fase uno prevede che ognuna delle tre regioni nomini un proprio rappresentante nel Consiglio presidenziale con il 70 per cento dei consensi all’interno della propria “constituency, mentre tutti i delegati dovranno scegliere un primo ministro, sempre con un quorum del 70 per cento.

Ognuna delle tre regioni ha un diverso “peso specifico” all’interno del Foro di dialogo. La Tripolitana, ad esempio, ha 37 membri, contro i 24 della Cirenaica e i 14 del Fezzan, nel tentativo di replicare in piccola scala la demografia della Libia. A quale regione andrà il ruolo di presidente? Ancora non è chiaro, ma le indicazioni sembrano propendere per la Cirenaica. Se così sarà, il premier dovrà essere della Tripolitania. Ecco perché questa prima votazione, probabilmente destinata a fallire, sarà importante e per certi versi propedeutica per quelle successive: dalle indicazioni di voto saranno infatti più chiari quali saranno gli accoppiamenti presidente-premier.

  • La fase due prevede un sistema di liste con l’indicazione dei tre membri del Consiglio presidenziale, più un primo ministro. Vince la lista che ottiene il 60 per cento dei voti.

Se tutti i membri dell’Lpdf dovessero partecipare alla votazione, la lista vincente dovrebbe ottenere almeno 45 voti. Anche in questo caso, si tratta di un quorum difficile da raggiungere. Nella prima sessione del dialogo di Tunisi, il politico più votato era riuscito a raggiungere a malapena 30 voti. Per questo le Nazioni Unite hanno messo sul tavolo una soglia molto più bassa, praticamente il minimo indispensabile.

  • La fase tre prevede che nessuna lista dovesse ottenere il quorum, dal secondo turno basterebbe il 50 per cento più uno dei voti favorevoli dei presenti.

Come fa notare Nova, la soglia del 50+1 rischia di generare un paradosso: quello di insediare un governo di unità nazionale divisivo. D’altra parte, questo appare come l’unico modo per superare lo stallo che ha fin qui bloccato “la pista politica” del percorso tracciato ormai più di un anno fa nella Conferenza internazionale di Berlino sulla Libia.

Chi sono i candidati

Sabato 30 gennaio, la missione Onu in Libia ha annunciato la lista di 45 candidati (24 per il Consiglio di presidenza, 21 per la premiership). Nell’elenco ci sono solo tre donne e molti “dinosauri” della politica libica. Vale la pena ricordare che chi viene eletto si impegna pubblicamente e per iscritto a NON presentarsi alle elezioni previste il 24 dicembre 2021, nel giorno del 70esimo anniversario dell’indipendenza.

Fra i nomi più in vista per il Consiglio di presidenza in quota Cirenaica (a cui dovrebbe andare il ruolo di presidente) spicca l’attuale presidente del Parlamento, Aguila Saleh. Quest’ultimo, secondo fonti stampa ancora non confermate, avrebbe lasciato la guida della Camera dei rappresentanti di Tobruk pur di partecipare al voto. Da non sottovalutare Al Sharif al Wafi, uomo d’affari ed ex vicepresidente del Congresso nazionale generale nel 2012 e nel 2013. A questi si aggiungono una pletora di diplomatici ed ex ambasciatori come Muhammad al Barghathi, Ali Khairallah e Muhammad Yunus.

Per la Tripolitania si fanno i nomi del presidente dall’Alto Consiglio di Stato, vicino ai Fratelli Musulmani, Khaled Al Mishri; dell’attuale capo del sindacato dei medici di Tripoli, Abdul Rahman Al Balazi; del capo del Consiglio giudiziario Muhammad al Hafi; dell’alto ufficiale militare Osama Al Juwaili; e del ministro della Difesa del Gna, Salah al Din al Namroush, del diplomatico (ex ambasciatore in Marocco) Abdelmadjid Seif el Nasr e di un rappresentante vicino all’ex regime di Gheddafi, Omar Bouhrida.

Più complicata la partita per la carica di primo ministro del nuovo governo di unità nazionale, che secondo il meccanismo studiato dall’Onu agirà in modo “indipendente” dal Consiglio presidenziale. In Tripolitana (a cui molto probabilmente spetterà l’onere di guida il governo) si ripropone la sfida tutta intera a Misurata tra il ministro dell’interno del Governo di accordo nazionale, Fathi Bashagha, e il primo vice presidente del Consiglio presidenziale, Ahmed Maiteeq, a cui si aggiungono una serie di outsider come l’uomo d’affari Mohammed Abdul Lateef Al Montaser, l’alto funzionario di sicurezza Fathallah Hussein Abdel Karim Mohammed al Saiti e l’imprenditore misuratino Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh.

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