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Guerra

Tra guerra e diplomazia (cinese): prende forma il nuovo Myanmar

Cina e Thailandia spingono verso negoziati tra giunta e ribelli in Myanmar, mentre il Tatmadaw recupera terreno.
Myanmar

Uno spiraglio di pace dopo oltre cinque anni di guerra civile. In Myanmar si inizia a intravedere una flebile luce in fondo al tunnel a causa di due ragioni: la mediazione sempre più decisiva della Cina e l’avanzata delle forze governative. Il Consiglio direttivo per l’emergere di un’Unione federale democratica (SCEF), e cioè l’ombrello che riunisce diverse importanti organizzazioni armate etniche ribelli e i rappresentanti del Governo di Unità Nazionale, ha incontrato i ministri degli Esteri di Thailandia e Filippine – che separatamente hanno incontrato anche il comitato negoziale dell’esercito del Myanmar – e ha fatto sapere di essere impegnato a perseguire una soluzione politica alla guerra.

Il capo della giunta ora diventato presidente, Min Aung Hlaing, non ha ancora accettato lo SCEF come partner negoziale, ma la sua fresca visita in Thailandia, che a sua volta sta spingendo per un graduale riavvicinamento del Myanmar al blocco regionale Asean, evidenzia sforzi ampissimi per raggiungere una tregua. L’obiettivo del Consiglio è dunque cambiato: dal rovesciare il Tatmadaw al chiedere l’allontanamento dei militari da qualsiasi ruolo politico del Paese. Chiara la posizione dello SCEF esplicata dal portavoce Saw Nimrod: “Questa è la nostra posizione finale, ma per ora siamo impegnati a raggiungere una soluzione politica negoziata. Siamo aperti al dialogo e aperti alla negoziazione politica. Le richieste? L’esercito deve cessare gli attacchi contro i civili e liberare tutti i prigionieri politici”.

La riabilitazione del Myanmar

Questi cambiamenti seguono quanto richiesto da Min Aung Hlaing che aveva invitato i gruppi armati a colloqui entro lo scorso 31 luglio. Nel frattempo il conflitto in Myanmar ha fin qui causato oltre 100.000 morti, sfollato milioni di persone e devastato l’economia del Paese. Com’è la situazione sul campo di battaglia? Dopo una serie di battute d’arresto, le forze governative hanno avviato un sistema di coscrizione, ottenuto un sostegno cruciale da alleati chiave come la Cina e adottato nuove tattiche per schiacciare la resistenza dei ribelli. Oltre alle aree di confine strategiche che l’esercito sta cercando di riconquistare, ricordiamo che i gruppi armati nelle regioni centrali di Bago e meridionali di Dawei si sono ritirati da alcune zone a causa delle intense offensive delle truppe.

Insomma, il Tatmadaw che fino a qualche mese fa veniva dato sull’orlo del collasso, non è crollato ma è invece riuscito a sopravvivere, sia politicamente sia militarmente. Decisivo il ruolo giocato dietro le quinte dalla Cina. Pechino ha infatti aiutato la giunta a recuperare territori strategici, in parte facendo pressione su alcuni gruppi ribelli (soprattutto quelli lungo il confine cinese) in parte inviando preziosi aiuti alle forze governative. Adesso il Dragone vuole sfruttare il momento propizio per mettere la situazione in Myanmar sotto controllo. Come? Riabilitando i militari e l’immagine del Paese, oltre che coordinarne l’inclusione nell’Asean giocando di sponda con vari partner locali, in primis la Thailandia.

Diplomazia all’opera

L’evento chiave coincide con la visita di Min Aung Hlaing a Bangkok. La Thailandia vuole infatti promuovere il riavvicinamento del Myanmar al blocco regionale Asean – che aveva emarginato la leadership di Naypyitaw dopo il colpo di Stato militare per la sua lentezza nell’attuare un piano di pace – ma anche ridurre la violenza e contenere le ricadute del conflitto in patria.

Durante l’incontro con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul, il leader birmano ha sottolineato che il suo governo é concentrato sulla fine della guerra civile e sul ripristino della pace nel paese ricco di risorse. “Il Myanmar si è ora ristabilito sulla strada della democrazia e si sta muovendo verso un futuro migliore. Come nuovo governo, ora abbiamo iniziato a lavorare sulla stabilità nazionale, sulla pace e sulla riconciliazione nazionale”, ha aggiunto.

Dal canto suo, Anutin ha detto che la Thailandia e il Myanmar sono pronti a “entrare nel nuovo capitolo della cooperazione economica che si basa sulla fiducia reciproca e sul beneficio per le persone dei due Paesi”. In un certo senso la Thailandia é l’alfiere che la Cina ha scelto per riportare il Myanmar nell’Asean e farlo uscire dalla palude in cui si trova da troppo tempo. Il gigante asiatico vuole tornare a investire nel Pese, soprattutto sul fronte delle Terre Rare. Per farlo servono tre ingredienti: stabilità, legittimità e connettività. I primi passi sono stati fatti. Ne mancano tanti altri.

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