I conflitti a Gaza e in Ucraina stanno mettendo alla prova l’ordine internazionale e impongono profonde riflessioni sul ruolo futuro in campo geopolitico dell’Europa e dell’Occidente. Il Vecchio Continente, in particolare, è chiamato a un risveglio strategico da questi due conflitti. Sui loro sviluppi e sul tema dell’Europa alla prova di un mondo in guerra discutiamo con il professor Alberto Pagani.
Pagani, studioso di intelligence e questioni securitarie, ha la titolarità di un corso sul terrorismo internazionale presso la sede ravennate delll’Università di Bologna è stato deputato dal 2013 al 2022 e capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Difesa alla Camera nella XVIII Legislatura. Con lui discutiamo dei trend geopolitici che toccano da vicino il contesto europeo.
Ucraina e Gaza, due guerre che sono sempre in corso e risultano difficili da pensare indirizzate verso una fine. Quanto è turbato l’ordine internazionale dal perdurare di questi conflitti?
“Ormai mi pare evidente che aveva ragione Kissinger quando diceva, qualche anno fa, che il vecchio ordine mondiale non c’è più e un nuovo ordine ancora non si vede comparire all’orizzonte. Oggi questi conflitti rendono evidente a tutti quello che allora si poteva solo intuire, perché sembrava che l’ordine internazionale basato sulle regole e sul Washington consensus potesse pacificare il mondo. Invece si è aperta una fase di disordine e conflitti basata proprio sul rifiuto di molte Nazioni di accettare ed adeguarsi alla Pax Americana. Forse queste guerre erano già in incubazione allora, come extrema ratio, nella mente degli autocrati russi, iraniani, ed anche cinesi”.
Israele con Netanyahu sta tirando dritto sull’operazione Rafah, mentre i recenti casi di massacri di civili hanno alienato parte del sostegno occidentale. Esiste uno sbocco militare a questa crisi?
“Non credo, ma prima o poi Netanyahu dovrà ritirarsi e abbandonare la politica, perché non ha più il consenso del suo popolo. Se dalla democrazia israeliana uscirà una leadership politica diversa si potrà riaprire un dialogo per la soluzione dei “due popoli e due Stati”, che a mio avviso resta la sola via ragionevole e praticabile per la pace. Dall’altra parte però serve una nuova leadership anche per il popolo palestinese, portato al fallimento totale da Hamas, che non può conquistare con la forza la sovranità sul proprio territorio, ma solo con la politica, con la diplomazia e con il dialogo. La soluzione perseguita da Hamas è inaccettabile perché prevede la cancellazione dello Stato di Israele, la cacciata di tutti gli ebrei dalla Dar al-Harb (terra Santa dell’Islam n.d.r.), o la loro uccisione, e l’istituzione di uno Stato islamico, governato secondo la Shari’a (legge coranica n.d.r.), per creare un’altra dittatura religiosa, come quella iraniana. L’idea laica, vagamente socialista e nazionalista, dell’OLP di Arafat è ormai stata cancellata dall’integralismo religioso di questi fanatici, finanziati, armati ed addestrati dai pasdaran e dagli ayatollah iraniani, per fare per loro conto la guerra per procura”.
Quanto, in prospettiva, il caos in atto a Gaza impatterà sulla sicurezza regionale?
“Dipende dall’evoluzione che avrà questa situazione, come dicevo. Il quadrante Mediorientale sta attraversano una delle fasi più tristi e difficili della storia, ma ci sono anche segnali incoraggianti, per quanto difficili da cogliere ed interpretare: I principali Stati arabi dell’area, cioè l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati si sono dimostrati molto saggi, prudenti e razionali, ed hanno persino collaborato con Israele per neutralizzare l’attacco missilistico degli iraniani, che infatti è fallito. Questo fatto, che sarebbe stato impensabile fine a qualche tempo fa, dimostra un desiderio ed una volontà di voltare pagina e di pacificare l’area, che deve solo trovare leadership politiche israeliane e palestinesi adeguate al grande compito che la Storia consegnerà loro: creare un nuovo Medio Oriente, basato sulla libertà e l’autodeterminazione dei popoli, sulla cooperazione internazionale, sull’interscambio commerciale per una crescita economica comune, sul rispetto reciproco e soprattutto sulla pace”.
L’Ucraina, invece, resta nel mezzo di un conflitto aperto che dura da oltre due anni. In che misura è cambiato il sostegno occidentale a Kiev?
“Il sostegno all’Ucraina non è ancora venuto meno, ma mi pare evidente che la lunga durata di questa guerra non logora solamente la Russia, ma anche l’opinione pubblica occidentale, che sembra si sia abituata con rassegnazione a questa guerra, come se si trattasse di una maledizione di Dio, e non dell’aggressione imperialista e criminale di un regime dittatoriale ad uno Stato sovrano. Paradossalmente il tempo lungo potrebbe giocare a favore della Russia, che è abituata dalla sua storia a sopportare le perdite e trarre vantaggio dal logoramento dei suoi avversari. In realtà finché la Russia può godere dell’appoggio della Cina e di molti altri Paesi, che l’aiutano ad aggirare le sanzioni economiche occidentali e la finanziano comprando gas e petrolio, è difficile che si ritiri e che la guerra finisca; al massimo si può puntare a raggiungere uno stallo sul campo, che porti ad un cessate il fuoco”.
Possono nuove e più strutturate forniture d’armi occidentali, unitamente alla questione dell’apertura ai raid in territorio russo, aprire a un riequilibrio della situazione sul campo?
“Possono aiutare l’Ucraina a resistere, ma la differenza tra la potenza militare russa e quella ucraina è sempre stata e rimane molto grande, e non può essere colmata dagli aiuti americani o europei. Dall’inizio della guerra credo che l’obiettivo più realistico per l’Ucraina sia continuare a resistere, non rovesciare il rapporto di forza con una potenza nucleare, che dispone ancora degli arsenali sovietici. Guardare la realtà con gli occhi della propaganda dell’una o dell’altra parte non aiuta a capire quel che succede realmente, e non rende nemmeno onore al popolo ucraino, che sta facendo un miracolo, perché resiste da due anni all’aggressione di una potenza militare di prim’ordine, che pensava di conquistare tutto il suo territorio nel giro di pochi giorni. Se non ci riuscirà e si potrà salvare la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina, coi confini territoriali che sarà possibile, sarà merito soprattutto del coraggio e della volontà di quel popolo, più che delle forniture militari che ha ricevuto dagli altri Paesi democratici”.
La Russia porta avanti da oltre un anno una continua guerra di logoramento. Quali sono i limiti della sua capacità di condurla? Fin dove si può spingere?
“La Russia può andare avanti a lungo, e lo fa perché confida che cambi la situazione in Occidente, con le elezioni europee ed americane. Putin sa bene che se l’Occidente smettesse di aiutarla l’Ucraina sarebbe costretta ad arrendersi, per una seria di ragioni. La prima è che finirebbe presto le munizioni, quindi le altre ragioni non serve nemmeno che le elenchi. I principali alleati di Putin, in questa guerra di logoramento, sono quei politici europei ed americani che sostengono che per ottenre la pace bisogna interrompere le forniture militari all’Ucraina. Dato che ci sono, e che potrebbero persino convincere gli elettori a votarli per cambiare la politica occidentale, è naturale che Putin punti su di loro ed attenda l’esito delle elezioni. Non negozierà di certo adesso, sarebbe una cosa stupida. Fa bene ad aspettare, perché dal suo punto di vista è la strategia migliore, potrebbe consentirgli di vincere la partita a tavolino, e sottomettere l’Ucraina con la nostra complicità”.
Chi è pressato da queste guerre è l’Ue. Le Europee si avvicinano e un tema caldo è quello della Difesa comune del Vecchio Continente. Tornerà all’ordine dell’agenda dopo il voto?
“Tornerà senza dubbio all’ordine del giorno, ma questo non significa che si faranno sicuramente dei progressi. A parole ormai quasi tutte le forze politiche sostengono la necessità di una maggiore autonomia strategica europea e quindi tutti evocano la Difesa Europea, seppure con idee profondamente diverse tra di loro, ed in taluni casi idee drammaticamente confuse dall’ignoranza della materia militare. Qualcuno propone di sciogliere l’Alleanza Atlantica, pensando la Difesa Europea alternativa alla NATO, invece che complementare, altri credono che sia un’opportunità per ridurre le spese militari, altri addirittura vaneggiano di fondere insieme le forze armate nazionali in un immaginario esercito europeo, dimenticandosi persino dell’esistenza della marina e dell’aeronautica militare. Insomma, “c’è molta confusione sotto il cielo”, come diceva Mao Tse Tung, ma in questo caso la situazione non mi pare affatto favorevole, perché a parole son capaci tutti di fare le riforme, ma nei fatti bisogna prima di tutto sapere di cosa si sta ragionando. E qui cascano gli asini”.
Quindi? Come pensa che l’Ue possa ambire a giocare da potenza un domani?
Se la nuova Commissione saprà mettere da parte certe dichiarazioni astratte e le visioni politiche infantili che le caratterizzano, a favore di una maggiore concretezza, potrà costruire seriamente un processo di integrazione, almeno tra i principali Paesi. Quando alcuni Paesi decidono di cooperare devono definire gli obiettivi comuni di questa loro collaborazione. Esistono accordi bilaterali tra Stati membri dell’Ue in materia di sicurezza e Difesa, ma questi accordi bilaterali non si ricompongono in un disegno di Difesa europea. Non si tratta quindi di un problema di carattere militare, ma di un problema di carattere politico. Certo che l’Europa può ambire a giocare da grande potenza, ma deve avere una politica estera comune, ed una conseguente capacità militare, per essere presa sul serio nel Mondo. Bisogna innanzitutto rinunciare agli egoismi nazionali piccoli e meschini che già hanno sabotato i tentativi che sono falliti nel passato, se si intende progredire nella cooperazione strutturata permanente per la Difesa comune.
Concretamente da dove si dovrebbe cominciare?
Si potrebbe cominciare dalle politiche industriali, visto che è il terreno sul quale la cooperazione rafforzata è già avviata con la PESCO e finanziata con un fondo europeo specifico. Nessun sistema europeo di Difesa può essere credibile, se ogni Paese provvede al procurement militare rivolgendosi alla propria industria nazionale e senza armonizzazione degli standards. Questo nella pratica significa cooperare per fare un solo progetto europeo per i tank che sostituiranno i nostri carri ariete ed i Leopard 2 e per gli aeroplani di sesta generazione, quindi poi anche per ottenere una maggiore capacità navale di proiezione aerea remota, e nel settore spaziale per lanciatori per la Medium Earth Orbit, settore dal quale l’Europa è stata spiazzata dalla concorrenza di operatori privati come Space X, perché questi vettori sono abilitatori strategico-militari essenziali, dell’economia spaziale presente e futura. Insomma, non è un compito facile, sono sfide molto impegnative, al di sopra delle capacità di politici ciarlatani, demagoghi ed imbroglioni. Speriamo che dalle urne esca una classe politica all’altezza, perché credo che il futuro dell’Europa e dei popoli europei dipenderà molto da queste sfide.

