Questo articolo è stato aggiornato per dare conto della partecipazione Usa ai raid
Ci si aspettava l’attacco Usa ma è stata Israele a rompere gli indugi colpendo l’Iran nel pieno delle negoziazioni tra Washington e Teheran sul nucleare. Nella mattina del 28 febbraio l’aviazione dello Stato Ebraico ha iniziato a condurre operazioni militari sui cieli della Repubblica Islamica. In seguito confermato che anche gli Usa hanno partecipati
Israel Katz, Ministro della Difesa di Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che si tratta di “attacchi preventivi“. Le fonti Osint parlano di attacchi a strutture di comando dei Pasdaran e della leadership militare della Repubblica Islamica. L’allerta è scoppiata quando già in Israele era mattina: non si è trattato, come a giugno, di un’operazione notturna mirata e coordinata ma di una serie di attacchi diurni, che l’Israel Air Force può compiere puntando sulla supremazia aerea dei suoi F-15, F-16 e F-35 consolidata con l’obliterazione delle difese aeree di Teheran a giugno.
Ieri notte Channel 13, emittente israeliana, parlava di piani operativi orientati a colpire il sistema missilistico dei Pasdaran e a ridurre nettamente le capacità balistiche del Paese guidato da Ali Khamenei e dal presidente Masoud Pezeshkian. La rivelazione è stata corretta. L’operazione, nota Katz, mira a “eliminare i pericoli” per Tel Aviv e il fatto mostra la risolutezza di Netanyahu per portare sul proprio terreno anche gli Stati Uniti, dato che Washington sembrava non aver utilizzato, finora, la leva negoziale per rimuovere la minaccia missilistica, che invece Israele ritiene prioritaria.
Tel Aviv colpisce il giorno dopo che un report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica aveva detto che non c’era certezza sul destino del combustibile nucleare iraniano conservato a Isfahan, uno dei tre siti colpiti dagli Usa a giugno alla fine della guerra dei dodici giorni, due giorni dopo i nuovi dialoghi Usa-Iran a Ginevra che secondo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi avevano portato la discussione a un livello tecnico, poco dopo l’emersione di report che parlavano di un’amministrazione Usa di Donald Trump propensa a aspettare che fosse Tel Aviv a promuovere i raid contro la Repubblica Islamica e due giorni prima della visita del Segretario di Stato Marco Rubio, falco filoisraeliano dell’amministrazione, nel Paese. Katz parla solo di forze israeliane e non era erto, alle prime informazioni, se anche forze Usa siano state coinvolte. Il Times of Israel lo ha poi confermato.
Otto mesi dopo, Israele sceglie nuovamente la via della guerra con l’Iran. Una volta di più la retorica è nota: rimuovere una minaccia preventivamente. Ma anche in questo caso il sentiero del conflitto rischia di essere pericoloso per tutta la regione. Una volta di più l’Iran è attaccato mentre negozia con gli Usa. E, infine, una volta di più la palla passa nelle mani di Trump. Pochi giorni dopo l’esplosione di una nuova guerra nella regione, tra Afghanistan e Pakistan, cosa farà The Donald? Dalla risposta dipende un pezzo importante di sicurezza regionale e pace mondiale.