Le acque dello stretto di Hormuz ribollono di tensioni. Mentre lo scorso 27 dicembre Iran, Russia e Cina davano il via a quattro giorni di esercitazioni militari congiunte, il Giappone approvava l’invio di alcune unità delle Forze di autodifesa in Medio Oriente al fine di garantire la sicurezza della navigazione nella regione. La decisione del governo di Shinzo Abe è arrivata dopo le ultime, ennesime, scintille tra Stati Uniti e Iran e dopo i numerosi incidenti registrati nell’area ai danni di petroliere. Piccolo particolare: i nipponici non parteciperanno alla coalizione a guida Usa varata da Washington per pattugliare la zona ma agiranno in totale autonomia. La missione di Tokyo durerà un anno e punterà a salvaguardare gli interessi del Paese e non quelli degli americani, visto e considerando i buoni rapporti che intercorrono tra i giapponesi e Teheran. Se non è una svolta storica, poco ci manca.

La missione del Giappone in Medio Oriente

Al di là delle buone intenzioni dichiarate, la regione è affollatissima e basta una piccola scintilla per appiccare incendi irreversibili. Il Giappone impiegherà 260 militari e invierà nella regione una nave porta elicotteri e un areo P-3C per effettuare un “pattugliamento marittimo” nell’ambito di quella che è stata ridefinita “una missione di analisi e ricerca”. Le aree d’intervento di Tokyo sono limitate al Golfo dell’Oman e allo stretto di Bab el-Mandeb.

I militari giapponesi non interverranno direttamente nello stretto di Hormuz, dove agisce la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti e alla quale hanno aderito anche Australia e Regno Unito. In altre parole tutti affermano di voler conseguire lo stesso fine, cioè tutelare la libertà di navigazione, anche ognuno pensa legittimamente a far combaciare la missione con i propri interessi. Il Giappone punta a mantenersi neutrale nel braccio di ferro tra Washington e Teheran, anche se Tokyo deve pensare alla propria sicurezza energetica; già, perché quasi il 90% delle importazioni nipponiche di petrolio arriva da quest’area, e perderla – o peggio consegnarla a Stati Uniti e Cina – per Abe sarebbe un clamoroso autogol.

Il braccio di ferro con Cina e Stati Uniti

Uno problema non da poco è che gli interessi economici del Giappone nello stretto di Hormutz rischiano di coincidere con quelli della Cina. Pechino sta usando le esercitazioni con Mosca e Teheran per cercare nuovi punti di appoggio, mentre gli altri due partner tentano rispettivamente di assicurarsi una presenza nei “mari caldi” (il Cremlino) e presidiare una propria area di influenza (gli iraniani). Detto altrimenti, l’Iran è osteggiato dagli Stati Uniti ma conteso da Cina e Giappone. Il Dragone ha investito nel Paese ingenti somme da destinare a quattro settori chiave: petrolifero, gas, petrolchimico e infrastrutture. Dall’altra parte, come detto, Tokyo soddisfa quasi per intero il suo fabbisogno petrolifero grazie agli scambi commerciali con il Medio Oriente ( in particolare con l’Iran). La visita del presidente iraniano Hassan Rohani in terra giapponese è il chiaro segnale di come Shinzo Abe punti ad accrescere la sfera di influenza nipponica nella regione a discapito di Cina e Stati Uniti. Anche perché a Tokyo e dintorni l’alleanza con Washington inizia a risultare particolarmente pesante.

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