La guerra in Medio Oriente rischia di entrare in un “territorio inesplorato” dopo l’omicidio di Fuad Shukr, capo militare di Hezbollah, a Beirut, e del leader di Hamas Ismail Haniyeh in Iran e il rischio di rappresaglie di Teheran verso Israele. A parlare non è una voce qualsiasi, ma quella di David Horovitz, fondatore e direttore del The Times of Israel. Non certamente una testata sospettabile di pregiudizi negativi verso Tel Aviv. La tesi di Horovitz è chiara: colpendo due capitali straniere Israele ha alzato la qualità del confronto pensando che la manovra asimmetrica e mirata di eliminazione dei dignitari di spicco nemici potesse ottenere, tramite un certosino lavoro d’intelligence, ciò che le forze armate non stanno riuscendo a conseguire a Gaza in nove mesi. Ovvero la saldatura totale della sicurezza del Paese e la sua impermeabilizzazione di fronte a ogni offensiva straniera.
Così non è detto che sarà, dice Horovitz. Che segnala tre dettagli: in primo luogo, eliminando Haniyeh Israele ha tolto di mezzo un leader politico che lavorava al negoziato e dunque potenzialmente auto-sabotato l’obiettivo minimo chiesto al Governo di Tel Aviv da vaste fette della popolazione, cioè il rimpatrio degli ostaggi sequestrati da Hamas il 7 ottobre scorso. In secondo luogo, analizza Horovitz, il rivale numero uno di Israele. l’Iran, ha subito uno smacco securitario ma i colpi inflitti alla Repubblica Islamica “non rappresentano necessariamente di per sé una svolta strategica che allevierà la crisi di Israele. Anzi, potrebbe rivelarsi il contrario”. Questo perché sul fronte della conflittualità con Teheran “la posizione e le azioni degli Stati Uniti saranno probabilmente cruciali mentre l’Iran soppesa le sue opzioni. Allo stato attuale delle cose, Israele è già quasi un paria” e già ad aprile solo la presenza di contraerea americana, britannica e giordana evitò la saturazione di Iron Dome e l’arrivo di missili e droni iraniani sul territorio dello Stato Ebraico. Un’operazione combinata Iran-Hezbollah, insomma, potrebbe avere conseguenze dure per Tel Aviv.
Ma l’affondo più duro di Horovitz è contro la scelta del governo Netanyahu di cavalcare le pulsioni più divisive e nazionaliste nella società israeliana proprio mentre servirebbe unità: “L’unica via d’uscita da questo territorio inesplorato richiede non solo una saggezza strategica e una tenacia militare senza pari, ma anche quel tipo di coesione interna che qui è stata così pericolosamente assente”, sottolinea Horovitz, che giudica “inaccettabili” le scene dell’assalto dell’ultradestra al carcere di Sde Teiman.
Serge Schmemann, storico corrispondente del New York Times da Gerusalemme, ha fatto eco alle parole del collega israeliano ricordando il paradosso di una situazione in cui “né la guerra totale né una pace imminente sono inevitabili, e la suspense è tangibile”. Il “piano caos” di Netanyahu si fonda sulla possibilità di muoversi operativamente tra ogni possibile scenario per cercare di alzare in forma controllata la tensione e spingere gli alleati a seguirlo sul suo terreno.
Un pericoloso invito a tirare la corda che passa per appelli a una “vittoria totale” ripetuti anche durante il recente viaggio a Washington che non si riesce a capire se riferiti al locale conflitto a Gaza, già di per sé intricato, o a una confrontazione regionale. Potenzialmente catastrofica e ancora tutta da valutare quanto potenzialmente plausibile. Ma il fatto stesso che si sia passati dall’uso del periodo ipotetico dell’impossibilità a quello della probabilità dà, decisamente, da pensare sul tema dell’inesplorata complessità di tali scenari.