Gli Stati Uniti hanno lanciato l’allarme su un test missilistico iraniano nei pressi dello Stretto di Hormuz. Secondo i funzionari Usa intervistati da Fox News, la prova è avvenuta dalla base dei Guardiani della Rivoluzione a Bandar-e-Jask. Il missile, un Fateh-110 Mod 3, si è inabissato in mare dopo un volo di circa 100 miglia. 

Il test ha un’importanza peculiare. Il lancio del missile è avvenuto durante una delle più imponenti esercitazioni navali organizzate dai Pasdaran negli ultimi anni. Mentre il missile a corto raggio veniva lanciato dalla base nel Sud-est del Paese, nello stretto di Hormuz erano presenti circa 50 imbarcazioni dei Guardiani che di addestravano nelle tattiche di guerra. In particolare, secondo i militari americani l’esercitazione riguarda una tattica specifica, quella a sciame, che consiste in una manovra realizzata da decine di piccole cannoniere simultaneamente.

Un segnale su Hormuz

Il test è stato da subito considerato un messaggio. Un segnale politico, come risposta alle sanzioni di Donald Trump contro l’Iran. Ma anche un messaggio strategico. Perché l’Iran è impegnato con Israele, Stati Uniti e monarchie del Golfo in una sfida a livello regionale che interessa soprattutto le vie d’acqua di Hormuz e di Bab el Mandeb. Il fatto che venga testato un missile anti-nave a corto raggio indica dunque che Teheran abbia voluto inviare un messaggio rivolto agli altri attori coinvolti nella sfida per questi due stretti.

Per quanto riguarda lo stretto di Hormuz, il messaggio è evidente. L’Iran sta subendo una pressione estremamente elevata attraverso le sanzioni e ha, come unica arma contrattuale, la minaccia della chiusura dello Stretto. Come spiegato più volte su questa testata, il fatto che il mercato mondiale del petrolio dipenda in larga parte dalla libertà di navigazione fra Golfo Persico e Mar Arabico, concede a Teheran un potere in grado di far riflettere le altre potenze regionali che la sfidano. Un’arma che è anche a doppio taglio: può essere utile come minaccia, ma può essere anche la causa di un conflitto devastante e di isolamento politico nei confronti di alleati potenti.

Uno sguardo su Bab el-Mandeb

Ma il messaggio è anche indirizzato a quanto avviene in Yemen, in particolare nello stretto di Bab el Mandeb. La porta d’accesso al Mar Rosso, e di conseguenza a Suez e al Mediterraneo, è centrale per il mercato marittimo mondiale. E il fatto che la guerra in Yemen si stia concentrando sulla costa del Mar Rosso, dove sono rimaste le ultime roccaforti Houthi, è un segnale eloquente dell’importanza delle basi strategiche di fronte al Corno d’Africa.

La presenza della nave spia iraniana Saviz che, a detta di Israele, avrebbe coordinato l’attacco Houthi alle petroliere saudite nello stretto, fa capire quanto sia importante quel settore per la lotta tra Teheran e Tel Aviv. Benjamin Netanyahu confermò l’accusa rivolta all’Iran parlando di una coalizione pronta a colpire le forze iraniane in caso di chiusura dello stretto. Una dichiarazione forte, cui è arrivata, come risposta, anche questo test missilistico da Bandar-e-Jask. Missili a corto raggio anti-nave sono un simbolo della lotta che può incendiarsi sulle coste yemenite in caso di un ulteriore strangolamento dell’Iran da parte di America e Israele.

Un messaggio sul fronte Hezbollah

Ma c’è anche un altro messaggio, rivolto in particolare a Israele e che riguarda il fronte libanese. Secondo l’intelligence israeliana, i missili Fateh-110 sono da anni negli arsenali di Hezbollah. L’Iran ha provveduto alla consegna dei vettori già da anni. E la guerra in Siria, per Israele, ha sempre rappresentato uno strumento per inviare più facilmente armi dall’Iran al movimento libanese. Si sa che Israele teme il programma missilistico iraniano soprattutto per le possibili basi di lancio dalla Siria. Così come si sa che Israele considera Hezbollah pronto a una guerra missilistica contro il proprio territorio e le proprie piattaforme off-shore. Lanciare un missile a corto raggio che, in alcuni modelli, possiedono gli sciiti libanesi, è un messaggio molto importante.

Iran come la Corea del Nord

Il test dell’Iran ricorda, per certi versi, i test missilistici della Corea del Nord. Questi test sono arrivati anche durante la fase più calda delle trattative tra Pyongyang e Washington, quando tutto sembrava orientato, almeno nelle parole usate da Kim Jong-un e Trump, a un’azione di guerra.

I due dossier, quello coreano e quello iraniano, sono stati legati quasi indissolubilmente dall’amministrazione americana. E in molti, adesso, ritengono che l’Iran sia pronto a utilizzare la cosiddetta “opzione Corea del Nord” per rompere l’assedio statunitense. Questa opzione sarebbe quella di mostrare i muscoli, facendo capire agli Stati Uniti di essere pronti, a livello militare, a uno scontro con Washington.

A questo punto, il Paese degli Ayatollah potrebbe essere anche disposto a trattare con gli Stati Uniti. Ma potrebbe anche essere che siano gli americani a voler iniziare a scendere a compromessi con l’Iran qualora Teheran mostrasse di avere le capacità militari per poter incidere sulla stabilità dei partner Usa in Medio Oriente.

Un messaggio delle frange più estreme dell’Iran

L’assedio degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran sta provocando anche un’altra conseguenza: che a Teheran i falchi iniziano ad avere un peso sempre maggiore. Le sanzioni conseguenti all’uscita dell’accordo sul nucleare iraniano sono considerati dalle frange più conservatrici e bellicose dell’Iran come conseguenza della politica diplomatica di Hassan Rouhani. E questo sta conducendo anche a un’ascesa politica dei Pasdaran.

I Guardiani della Rivoluzione, in Iran, rappresentano un sistema all’interno del Paese. E sono loro le prime vittime illustri delle sanzioni del Tesoro americano. Questo test, avvenuto proprio ad opera di queste forze, rappresenta anche un messaggio politico dei Pasdaran al governo iraniano. L’Iran è un sistema complesso: e questi test sono anche simboli di trattative e scontri all’interno dello stesso Paese.