Terza guerra del Golfo, Edoardo Fontana: per sbloccare Hormuz servono “operazioni ad alto rischio e esiti incerti”

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La guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio entra nella sua terza settimana senza un esito risolutivo e la partita si sta sempre più spostando sul duello per garantire il transito nello Stretto di Hormuz e sul confronto tra la superiorità aerea di Washington e Tel Aviv e le risposte asimmetriche dell’Iran, che alzano il prezzo globale del prosieguo del conflitto. Che scenari ci aspettano? Ne parliamo con l’analista militare Edoardo Fontana, curatore del portale Acta Bellica.

Come giudichi, ad oggi, l’andamento delle operazioni militari nella “Terza guerra del Golfo”?

Come prevedibile, le forze USA-israeliane hanno soppresso o neutralizzato le difese aeree a guida radar iraniane sopravvissute alla Guerra dei 12 Giorni, conquistando una certa libertà d’azione per le proprie forze aeree alle medio-alte quote, finanche con numerose incursioni di caccia nelle profondità dell’Iran. I SAM mobili iraniani “da imboscata”, di cui potevamo supporre l’esistenza in discreto numero, hanno disatteso le aspettative, non iniziando ad imporre un significativo attrito all’aviazione pilotata avversaria. Tuttavia, le difese iraniane a corto raggio stanno causando notevoli perdite ai droni da sorveglianza USA-israeliani, essenziali per la caccia ai lanciatori balistici – perdite che, se perdureranno per settimane, potrebbero inficiare tali operazioni.

La risposta drone-missilistica di Teheran ha ottenuto notevoli successi, nel Golfo e danneggiando la rete radar anti-balistica avversaria, ma non sembra aver inflitto danni critici in Israele.

Nonostante la decapitazione della leadership, e i gravi danni inferti al dispositivo militare-industriale, il regime iraniano appare solido, e la resistenza agli aggressori pare godere di notevole appoggio popolare – anche grazie alle numerosissime perdite civili causate dagli attacchi. Ad oggi, Teheran mantiene strumenti sufficienti per tenere in ostaggio l’economia globale, in risposta all’aggressione subita.

Un qualcosa di forse non anticipato dagli attaccanti – la cui minaccia di colpire sempre più l’economia civile iraniana pur di piegarne la resistenza, rischia di precipitare il Paese nel caos e nella povertà, l’economia globale nella recessione, esponendo gli alleati del Golfo a ritorsioni ancor più devastanti sul lungo termine.

Il nodo del conflitto sembra essersi spostato su Hormuz. Che capacità di deterrenza ha l’Iran per mantenere aperto a suo piacimento la via d’acqua?

Colpire naviglio mercantile nello Stretto è relativamente semplice per l’Iran. Il principale corridoio per navi commerciali è a soli 35km dall’isola iraniana di Larak: per usi emergenziali, è teoricamente possibile dirottare il naviglio su un corridoio “costiero” a sud dell’isola di Didimar, aumentando il rischio di collisioni. Armi con gittata di 50km, dalle coste dell’Hormozgan, possono colpire ambo i corridoi.

Sulla carta, tali distanze permettono a Teheran non solo l’impiego dell’arsenale di missili da crociera antinave, e di missili balistici antinave, ma anche di armi ben più numerose, economiche, mimetizzabili. In particolare, droni navali suicidi già impiegati – e droni FPV. Il concomitante dispiegamento di mine navali, completerebbe un dispositivo davvero ostico. Nel corso della campagna, nel tentativo di preservare un livello minimo di import-export, l’Iran potrebbe lasciar transitare naviglio amico vicino alle proprie coste – se identificato come tale – mentre ogni altra nave verrebbe attaccata indiscriminatamente. Tuttavia, Teheran non avrebbe modo di scortare vascelli “alleati”, e gli USA potrebbero essere tentati dall’attaccarli o bloccarli – con il rischio di crisi diplomatiche, con la Cina ad esempio.

Che scenari prospetti per possibili interventi americani volti a colpire l’Iran in modo tale da riaprire Hormuz?

Un primo tentativo, già avviato, vede l’impiego di sorveglianza aereo-satellitare ed il mantenimento di gruppi di caccia e droni d’attacco in volo, pronti a colpire repentinamente minacce individuate lungo le coste. Tali misure potrebbero ridurre notevolmente la minaccia portata dalle artiglierie iraniane, in parte quella dei missili antinave, ed ostacolarne dispiegamento e rifornimento nell’isola di Qeshm. Difficilmente potrebbero neutralizzare la minaccia dei droni navali e, ancor peggio, eventuali droni FPV – i primi, facilmente occultabili in zone costiere, i secondi di fatto invisibili alla ricognizione aerea. Per tali droni, le distanze in gioco consentirebbero l’utilizzo di semplice guida radio, senza costosi sistemi satellitari: sufficiente sarebbe l’impiego di droni o navi relay, e/o di antenne sopraelevate, anche queste ultime di difficile neutralizzazione.

L’organizzazione di convogli con scorte ravvicinate avrebbe una certa efficacia, a patto di sopportare probabili danneggiamenti e perdite nel naviglio di scorta. L’unica mossa risolutiva, l’occupazione delle coste, è quanto mai irrealistica: tuttavia, non sono da escludere operazioni anfibie più o meno limitate, volte ad occupare isole nel Golfo e nello Stretto, come Larak o persino parte di Qeshm – operazioni ad alto rischio e dagli esiti incerti.

Al contempo, una battaglia a distanza è quella tra le capacità balistica iraniana e l’intercettazione della coalizione e dei Paesi del Golfo. Che scenari prospetti?

Il danneggiamento della rete radar anti-balistica USA e nel Golfo potrà, probabilmente, essere solo parzialmente tamponato da sensori rischierati da altri teatri. Difficilmente tali sistemi sapranno garantire una difesa migliore di quella sinora offerta: basi aeree rischiano di rimanere esposte – 5 aerocisterne USA sono già state colpite al suolo – ma soprattutto infrastrutture economiche a costante rischio.  La migliore carta della coalizione, per difendere il Golfo, è interdire il lancio dei balistici a corto raggio iraniani – più precisi degli MRBM lanciati su Israele – continuando a scovarne i lanciatori e a seppellire gli ingressi delle basi-arsenale sotterranee. Quanto ad Israele, il diffuso impiego iraniano di MRBM con testata a grappolo rimane di difficile intercettazione, ma sembra poter causare danni limitati.

Indipendentemente da ciò, se l’Iran saprà mantenere – specie in siti sotterranei – una significativa capacità produttiva di balistici e droni Shahed, e un livello minimo di rimpiazzo di lanciatori, rimarrà una seria minaccia, persino qualora il conflitto degenerasse in una guerra d’attrito di mesi –  che metterebbe però a dura prova la vita civile nel Paese. Ciò dipenderà anche dall’eventuale supporto materiale, specie di componentistica e materie prime, fornibile da Cina e Russia.

Paesi come la Francia stanno muovendo i loro asset nella regione. Possibile un’espansione della coalizione anti-Iran nelle prossime settimane?

Non è da escludere la partecipazione di flotte europee in missioni di scorta al naviglio commerciale: operazioni nel Golfo e nei pressi di Hormuz non andrebbero prese alla leggera. Le fregate europee sarebbero utili, ma molto più vulnerabili dei cacciatorpediniere USA di fronte alla minaccia balistica antinave iraniana.