Storia, cultura, sistema politico, organizzazione economica, visione del mondo. Tanti sono i fattori che differenziano Cina e Stati Uniti, le due superpotenze che si contendono il mondo a colpi (per il momento) di soft power e minacce a distanza. L’obiettivo di entrambe è conquistare quante più zone di influenza possibili, così da togliere spazio vitale all’avversario e spostare il baricentro globale a proprio vantaggio.

Per riuscire nell’impresa, le strategie messe in campo sono completamente agli antipodi e risentono di caratteristiche storiche. Le stesse che hanno rispettivamente contraddistinto l’epopea dell’Impero cinese e di quello americano. Mentre la Cina è sempre stata una potenza ”di terra”, che ha affidato i suoi successi a un forte esercito terrestre e a vie di commercio tradizionali, gli Stati Uniti sono noti per essere una potenza ”marittima”.

Terra contro mare: dunque due modi opposti di concepire il mondo e passare all’azione. Fin qui gli americani hanno dominato la scena senza incontrare rivali, ma adesso i cinesi, storicamente poco inclini a dominare i mari, sono pronti al grande salto. Già, perché controllare le rotte marittime assicura il monopolio assoluto del commercio mondiale, e quindi la capacità di influenzare la politica globale.

La Cina è (ancora) una potenza terrestre

Oggi il mondo è cambiato e l’Impero di Mezzo ha lasciato il posto alla Repubblica Popolare Cines, che ha da poco compiuto 70 anni. Il gap con gli Stati Uniti è sempre più ridotto ma, oltre a lavorare sugli armamenti e sul pil, Pechino sogna di trasformarsi in una potenza marittima per coprire anche l’ultimo chilometro. Ovviamente uno status del genere non si consegue dalla mattina alla sera, e questo la Cina lo sa molto bene. È per questo motivo che il Partito Comunista cinese ha intrapreso un percorso pianificato, fatto di piccole tappe.

Il gigante asiatico può contare sulla Shadong, la seconda portaerei interamente made in China, e su nuove armi a disposizione della Marina dell’Esercito popolare di liberazione, nel frattempo alle prese con un processo di riforma e modernizzazione. Eppure, nonostante gli evidenti progressi, la Cina resta una potenza terrestre.

La conferma arriva dalla Nuova Via della Seta, il mastodontico progetto economico-commerciale lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. L’intenzione del Dragone è quella di creare collegamenti infrastrutturali con Asia, Europa e Africa, così da incrementare i propri scambi commerciali in un ipotetico rapporto win-win tra le parti in causa. Certo, accanto alla Via della Seta terrestre c’è spazio anche per la Via della Seta marittima.

Tuttavia, la sensazione è che i cinesi si affidino ancora, in prima battuta, sul trasporto di merci su rotaia. Poi, quando il trend si invertirà, per Pechino sarà il momento della svolta. In attesa di quel giorno, il governo cinese punta intanto ad allargare le proprie rotte marittime inglobando porzioni di Mar cinese meridionale e Oceano Indiano, oltre che aree strategiche a ridosso del Mediterraneo e nell’Indo-Pacifico.

Il passato che ritorna

E pensare che nel XV secolo la Cina poteva contare su una delle più imponenti flotte mai esistite nella storia dell’umanità. Zheng He, ammiraglio dell’epoca, poco conosciuto in Occidente, si rese protagonista di viaggi impensabili per quel periodo storico. Tra mito e leggenda, le gesta di Zheng includono spedizioni diplomatiche e commerciali nei mari occidentali.

Pare che la flotta da lui controllata nella sua prima missione nell’Oceano Indiano fosse composta da 317 navi 103×45, equipaggiate con 12 vele e contenenti circa 28mila soldati. In quell’occasione, si crede che l’intrepido navigatore abbia raggiunto le coste orientali dell’Africa, il Mar Rosso, il Giappone e la Corea. In seguito, durante un secondo viaggio, Zheng solcò i mari dell’Indocina, dell’Indonesia e dell’India meridionale, arrivando – si dice – a toccare perfino le coste meridionali dell’Africa orientale.

A proposito di Zheng He, vale la pena prendere in considerazione altri due aspetti. Il primo: nel libro “1421: la vera storia della spedizione cinese che scoprì l’America”, l’ex ufficiale della Royal Navy, Gavin Menzies, sostiene che nel sesto dei suoi sette viaggi, a cavallo tra il 1421 e il 1423, la flotta di Zheng scoprì l’Australia, la Nuova Zelanda, le Americhe, l’Antartico. E ancora: una parte della Groenlandia e perfino il Passaggio nord-est. Secondo l’ipotesi di Menzies, queste informazioni furono censurate perché i mandarini della corte imperiale temevano che il costo di simili spedizioni avrebbe potuto danneggiare l’economia cinese.

L’altro aspetto da considerare riguarda il sommesso tentativo di Pechino di riattivare una parte delle rotte marittime solcate dall’ammiraglio Zheng tra il 1405 e il 1433. Se notiamo, infatti, la Nuova Via della Seta marittima di Xi Jinping, notiamo come il corridoio odierno ricalchi esattamente quello del XV secolo.

La potenza degli oceani

Se la nascita della potenza cinese si radica nei millenni e in quell’immensa terra che ne è stata il suo guscio fino ai nostri giorni, gli Stati Uniti nascono come potenza sorta dal mare. È il mare ad aver fatto scoprire l’America, è il mare ad aver unito (e diviso) colonie e madrepatria, ed è il mare ad aver rappresentato insieme all’epopea del West la grande sfida degli uomini che hanno costruito il mondo Oltreoceano.

Questa essenza degli Stati Uniti si è riversata anche nella cultura politica e militare di Washington e dintorni. Già nell’Ottocento, quindi a “pochi” decenni dall’indipendenza dal Regno Unito, Alfred Thayer Mahan, fondatore e ideatore delle teoria del sea power americano, aveva accertato un dato fondamentale: gli Stati Uniti sarebbero diventati egemoni sulla terra solo se avessero controllato le vie di comunicazioni marittime, a partire dai cosiddetti colli di bottiglia, i choke points. Dominare su questi passaggi necessari tra i mari permette, secondo Mahan, il controllo del potere. Ed è su questa rotta che si è formata non solo larga parte della Marina americana, ma soprattutto i suoi strateghi e i politici.

Libertà di navigazione

La prova di questa strategia americana è data dalla stessa storia. Non è un caso che la prima missione statunitense in terra “esotica” si è avuta con le guerre barberesche, quando gli Usa inviarono per la prima volta il Corpo dei Marines in Libia dopo che i bey locali avevano imposto tributi eccessivamente esosi al passaggio dei mercantili americani fino ad arrivare a saccheggi e catture di vascelli. Una decisione che rese evidente al mondo l’importanza per Washington di mantenere libera la navigazione dei mercantili, addirittura inviando un corpo di spedizione nella Derna ottomana. Ed è una scelta che ancora oggi si può considerare l’inizio della politica Usa sull’Oceano-mondo. La libertà di navigazione rappresenta il pilastro della strategia di Washington nel mondo marittimo. Ed è anche questo uno dei grandi motivi di contrasto con la Cina.

Per una potenza terrestre, la territorializzazione del mare e la sua trasformazione in una sorta di proiezione della terraferma e dei suoi confini, è un postulato essenziale. Per una potenza marittima, che scinde l’essenza del mare con quella della terraferma, l’acqua non può essere limitata e la libertà di navigazione è una necessità ineluttabile. Tanto da trasformarla in motivo di scontro (come avviene nel bollente Pacifico occidentale, tra Taiwan, il Mari Cinese Meridionale e le Filippine).

Il controllo dei choke points

Libertà di navigazione che per gli Stati Uniti si costruisce in due mosse. Una appunto è la possibilità di usare le vie diplomatiche e militari per far sì che nessuno imponga la propria sovranità sulle grandi rotte commerciali. L’altra è quella di costruire reti di alleanze e basi militari che evitino che gli stretti passino sotto il controllo avversario, ma restino sostanzialmente sotto l’egemonia americana.

Osservando i più importanti colli di bottiglia del mondo, non è difficile tratteggiare anche le rotte dell’area di influenza americana e della presenza delle forze Usa. Lo è Gibilterra, appartenente al fedele alleato britannico ma con la base di Rota a poche miglia. Lo è Suez, dove l’Egitto si conferma da decenni partner fondamentale di Washington dopo la parentesi del blocco. Il Bosforo, grazie all’appartenenza alla Turchia (potenza Nato) e agli accordi che ne regolano il passaggio, è sotto il controllo americano. Bab el Mandeb ha il controllo da Gibuti e coadiuvato dalle forze Usa impegnate nel contrasto alla pirateria, ad Al Shabaab e nelle operazioni in Yemen. Lo stretto di Hormuz è un nodo fondamentale della strategia americana e controllato da missili, basi navali dispiegate nel Golfo Persico e aerei pronti a all’azione. Lo stretto di Malacca, passaggio fondamentale per i porti dell’Asia orientale, è monitorato dagli alleati del Sud-est asiatico in funzione anti cinese e dalle forze dello United States Indo-Pacific Command. Infine, Panama, Stato che controlla il canale che unisce Atlantico e Pacifico, è da sempre considerato un partner intoccabile di Washington, tanto che i suoi rapporti con la Cina sono ritenuti estremamente pericolosi dall’intelligence Usa.

Lo scontro con la Cina

Da queste premesse, è abbastanza chiaro come la sfida tra Cina e Stati Uniti affondi non solo in logiche di mercato o di attualità, ma in un vero e proprio scontro esistenziale tra due concezioni antitetiche del mondo. Che riguardano appunto anche il mare. Due visioni opposte che però vedono Pechino ripercorrere in parte sia la propria storia che quella della potenza navale americana. E che dall’altro vedono gli Stati Uniti sfruttare il concetto di libertà di navigazione come strumento di proiezione della propria potenza per assediare l’avversario.

Se Washington ha come obiettivo il controllo sugli stretti, non va dimenticato che Pechino stia cercando il medesimo obiettivo con Taiwan, Malacca, Bab el Mandeb, Suez, Pana e Gibilterra. Lo fa attraverso porti, infrastrutture, alleanze commerciali o prime timide avvisaglie di basi militari (vedi Gibuti). Ma è chiaro che le teoria di Mahan siano arrivate anche nei palazzi dell’establishment cinese. E allo stesso modo è altrettanto chiaro che per gli Stati Uniti il mare sia di per sé il grande canale di comunicazione per estendere il proprio dominio, dove si gioca una partita per il controllo del mondo. Ed è sugli oceani (e nel cyber warfare) che si gioca la grande partita.

La differenza però è sostanziale. Non solo il mare è ancora oggi la maggiore via di comunicazione del commercio mondiale, ma è anche il dominio dove l’America può ancora essere considerata nettamente superiore a chiunque, anche e soprattutto della Cina, che in questo senso ha ancora un gap strategico enorme sintetizzando nel fatto che sua Marina è ancora Marina dell’Esercito popolare di liberazione, quasi a voler ricordare che è la forza terrestre a prevalere nei piani di Pechino. Diverso è il caso dell’oceano cibernetico dove qui è la tecnologia cinese a poter infliggere un colpo potente. Ma oltre l’etere, è nel mare che si gioca il destino del mondo. Visto che anche internet fisicamente deve passare negli abissi.

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