Le esercitazioni militari statunitensi nei Caraibi sfidano il Venezuela e minacciano la stabilità regionale. Caracas riceve la solidarietà del Cremlino e, oltre al sostegno politico e diplomatico, beneficia di una cooperazione tecnico-militare con la Russia, da cui ha ottenuto una parte significativa dei propri mezzi e sistemi d’arma negli ultimi vent’anni.
I sistemi di difesa aerea russi
La postura militare di Caracas sarà forse sottoposta, a breve, a un banco di prova. Nel quadrante caraibico la Repubblica Bolivariana del Venezuela rappresenta uno sbocco importante per l’export militare russo. Con l’inizio della guerra ucraina Mosca ha privilegiato tre obiettivi in America Latina: sviluppare i rapporti con i due principali attori regionali, come il Brasile e il Messico; trasformare la regione in uno spazio neutrale per erodere l’influenza degli Stati Uniti; rafforzare la rete di alleanze con ex partner della Guerra Fredda, come Cuba e Nicaragua, per includervi anche Bolivia e Venezuela.
Lo scorso 21 ottobre la Duma russa ha approvato la legge di ratifica dell’Accordo di associazione strategica e di cooperazione con il Venezuela, firmata a Mosca il 7 maggio scorso, e già ratificato da Caracas il 30 settembre. Si tratta di una partnership che, in realtà, si fonda su un’interdipendenza logistica e militare di più lunga durata. Non è un caso che il Venezuela abbia da solo assorbito oltre l’84% del totale degli armamenti russi trasferiti nella regione tra il 2007 e il 2016. Ad oggi, il profilo militare di Caracas rimane dipendente da una varietà di forniture russe per la propria difesa aerea.
L’organismo militare responsabile della sorveglianza, controllo e difesa dello spazio aereo della repubblica bolivariana è il CODAI (Comando de Defensa Aeroespacial Integral), ovvero il Comando di Difesa Aerospaziale Integrale del Venezuela che costituisce una delle componenti più strategiche delle Forze Armate Bolivariane (FANB). Ad oggi, la Russia rappresenta il maggiore fornitore militare del CODAI.
S-300VM, Buk2M, e Tor-M1
Nel 2013 il Venezuela ricevette a Puerto Cabello i primi sistemi di difesa antiaerea S-300VM, a valle dell’accordo stipulato nel 2009. L’S-300VM (nome NATO: SA-23 Gladiator/Giant), talvolta commercializzato come Antey-2500, è una versione modernizzata dell’S-300V1 risalente alla Guerra Fredda, e originariamente progettato per le forze di terra sovietiche. Entrato in servizio nel 1998, si tratta di un sistema missilistico terra-aria/antibalistico a lungo raggio trasportato su veicoli cingolati da trasporto-erettore-lanciatore (TEL), per una migliore mobilità transfrontaliera.
Si tratta di un sistema che presenta due varianti per una duplice tipologia di difesa: il SA-23A Gladiator in funzione antiaerea tramite due coppie di missili 9M83M con gittata massima di circa 130 km, e il SA-23B Giant equipaggiato con una coppia di missili 9M82M per compiti di antibalistici, in grado di colpire bersagli fino a 200 km.
Per la difesa a corto raggio il Venezuela dispone dal 2010 di 12 sistemi Tor-M1 semoventi a medio-corto raggio, assieme a diversi cannoni antiaerei automatici a corto raggio ZU-23-2. Un altro sistema terra-aria russo integrato nell’esercito bolivariano è lo storico S-125 Pechora (nome NATO: SA-3 Goa), la cui prima versione entrò in servizio in Unione Sovietica all’inizio degli anni Sessanta. Quello fornito a Caracas nel 2013, tuttavia, è una versione modernizzata secondo lo standard Pechora-2M, per un totale che oscilla tra i 24 o 44 sistemi schierati.
Il Buk-M2 resta probabilmente uno dei sistemi di difesa aerea terrestri a medio raggio più efficaci e versatili a disposizione dell’Esercito Bolivariano grazie alla sua combinazione di elevata mobilità e indipendenza operativa, nonché alla sua capacità di colpire bersagli operanti fino a 24 km di altezza.
E poi ci sono i sistemi antiaerei spalleggiabili: stando a dichiarazioni venezuelane, la Russia avrebbe già fornito 5000 sistemi 9K338 Igla-S a Caracas per la difesa a corto raggio, con una portata di 6 km rispetto ai 4 km dell’omologo Stinger statunitense.
Cosa serve all’Esercito Bolivariano?
Le recenti dichiarazioni del deputato russo Alexei Zhuravlyov, che ha prospettato la fornitura del missile balistico a raggio intermedio (IRBM) Oreshnik e di missili da crociera della famiglia Kalibr, si scontrano con ostacoli tecnico-logistici che ne rallenterebbero l’impiego immediato. Non mancano, comunque, alcuni asset russi di elevata efficacia che potrebbero rappresentare un serio ostacolo a operazioni statunitensi sul territorio venezuelano.
Il sistema missilistico di difesa costiera Bastion, per esempio, ha costi operativi e difficoltà di impiego relativamente bassi, ed è in grado di lanciare missili da crociera antinave P-800 a velocità di Mach 2,5 (3.063 km/h circa) con gittata di 800 km.
Sul terreno ucraino è stata comprovata l’efficacia dei missili da crociera supersonici cosiddetti “Kitchen”: si tratta dei Kh-32, che evolvono i precedenti Kh-22, e che potrebbero sostituire i missili antinave Kh-31A già in uso presso l’Esercito Bolivariano. Mentre questi hanno gittata di 100 km, l’eventuale integrazione dei Kh-32 con i caccia Su-30MK2 – a cui Mosca lavora dal 2020 – consentirebbe di estendere il raggio di azione dell’aviazione militare bolivariana con attacchi fino a 1000 km di distanza.
Infine, un’altra piattaforma di lancio per un’ampia gamma di missili da crociera, tra cui il Kalibr, il P-800 e l’ipersonico missile da crociera Tsirkon, è rappresentata dal sommergibile di classe Kilo. Noto in Occidente come “black-hole ship” per la sua silenziosità, e caratterizzato inoltre da costi di approvvigionamento e operativi relativamente ridotti, il sottomarino è stato già venduto dalla Russia in Africa, nel Medio Oriente, in diverse regioni asiatiche. E non è escluso possa approdare, in futuro, anche nei Caraibi.

