Dopo l’abbattimento del drone da ricognizione Mq-4C “Triton” in missione sopra le acque dello Stretto di Hormuz ieri mattina, il gruppo da battaglia della portaerei Uss Abraham Lincoln – al quale era stato ordinato di stazionare nel Mar Arabico prima di entrare nel Golfo e schierarsi come forza di deterrenza per scoraggiare la minaccia “imminente” iraniana – potrebbe fare rotta al pieno dei nodi per incrociare nel bel mezzo dello stretto – come aveva paventato il comandante in capo della Quinta Flotta – ed essere in grado di sventare ulteriori minacce o lanciare un attacco in risposta di quello che potrebbe rivelarsi un “abbattimento illecito” da parte dell’Iran; che potrebbe aver tracciato e abbattuto il drone militare americano mentre era in volo su acque internazionali, come ha riportato l’agenzia Reuters e le fonti militari statunitensi. Se questo dato estremamente rilevante venisse confermato, Washington potrebbe ordinare nei prossimi giorni una risposta su obiettivi militari della Guardia Rivoluzionaria. La potenza di fuoco disponibile nel Golfo è già spaventosa e un attacco preventivo su obiettivi iraniani – appoggiato da diversi alti funzionare come il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e il direttore della Cia Gina Haspel – sarebbe già stato predisposto nella notte, prima di un “passo indietro” del quale non sono state fornite spiegazioni.

In caso di escalation lo Strike Group della Uss Lincoln può contare sulla forza imbarcata della portaerei e sui missili da crociera della navi di scorta che annovera i cacciatorpediniere missilistici Uss Bainbridge (Ddg-96), Uss Mason (Ddg-87), Uss Nitze (Ddg-94) e l’incrociatore missilistico Uss Leyte Gulf (Cg- 55) e quasi certamente una coppia sottomarini d’attacco classe Los Angeles. Tutte le unità citate sono armate con missili da crociera “Tomahawk”, per un totale di almeno 200 missili Bgm-109 che verrebbero lanciati dalle celle dei sistemi Vertical Launch System Mk 41 delle unità di superficie, e dai lanciatori delle unità sottomarine che potrebbero spingersi in prossimità della costa. A questo pioggia di fuoco “guidato” che può colpire obiettivi in un raggio di 2.500 chilometri con la precisione approssimativa di pochi metri, si aggiungerebbe la potenza del gruppo imbarcato della portaerei a propulsione nucleare classe Nimitz Uss Lincoln, che porta con se quattro squadron (12 velivoli) di cacciabombardieri F/A-18 “Hornet” e “Super Hornet” – velivoli monoposto con un range operativo di 2mila chilometri che posso trasportare una vasta gamma di missili aria-superficie; uno squadron di caccia E/a-18 “Growler” – dotati di sistemi per la guerra elettronica che “spegnerebbero” la luce al nemico impedendogli di impiegare radar e difese anti-aeree; e diversi squadroni di velivoli per il supporto logistico.

Dalle basi di terra della regione del Medio Oriente, come quelle in Qatar, potrebbero in un secondo momento decollare i bombardieri strategici B-52 “Stratofortress”, spesso menzionati ma di fatti distanti dall’impiego reale in un first e second strike. I longevi bombardieri quadrimotori sono infatti da considerarsi una presenza “politica” non un’arma da impiegare contro un avversario come l’Iran, che potrebbe facilmente abbattere un bombardiere della stazza e dalle prestazioni da superiorità aerea “assicurata” dello Stratofortress. Per questo un eventuale strike contro obiettivi militari che richiedessero un incursione aerea verrebbe senza dubbio affidato ai bombardieri strategici “stealth” B-2 “Spirit” che però decollerebbero da basi estremamente distanti dal Golfo. Probabilmente direttamente dall’America continentale.

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che “L’Iran ha commesso un grande errore” nell’abbattere un drone militare americano sebbene il governo di Teheran abbia denunciato una violazione del proprio spazio aereo da parte del velivolo. Il presidente russo Vladimir Putin ha prontamente lanciato un monito ricordando che un eventuale intervento militare americano contro l’Iran porterebbe a conseguenze “catastrofiche” nel Medio Oriente come nel mondo intero. Ciò che tutti si augurano è che Washington confermi che il drone si trovasse fuori posizione per via di un “mal funzionamento” e accettasse l’abbattimento da parte della difesa missilistica di Teheran, in virtù delle regole d’ingaggio da adottare lecitamente quando un velivolo “nemico” viola lo spazio aereo di uno stato sovrano. Se così non fosse la ritorsione degli Stati Uniti non dovrebbe farsi attendere – già questa notte il presidente Trump avrebbe approvato un attacco che sarebbe stato “fermato” in corsa, come ha riportato il New York Times – e nelle prossime notti le navi in rotta verso lo stretto di mare più importante del mondo potrebbero ricevere l’ordine di aprire veramente le celle dei missili e portare l’escalation a un punto di non ritorno.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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