Mohammad Bagher Ghalibaf non si fida degli Stati Uniti e della loro volontà negoziale per porre fine alla guerra scatenata contro l’Iran, assieme a Israele, il 28 febbraio. Il presidente del Parlamento iraniano, che secondo diverse voci sarebbe il negoziatore incaricato di gestire i colloqui di pace, ha accusato esplicitamente Washington, che “invia pubblicamente messaggi di negoziazione e dialogo mentre segretamente pianifica un attacco di terra”.
Il senso delle parole del capo dei legislatori di Teheran è chiaro: l’Iran non intende farsi trascinare in una nuova spirale ribassista dopo che per due volte, da aprile a giugno 2025 e tra gennaio e febbraio 2026, le trattative con gli Usa sono parse non tanto un negoziato funzionale a risolvere i problemi quanto uno stratagemma per guadagnare tempo prima degli attacchi israeliani dello scorso anno e quelli congiunti in corso da oltre un mese. L’Iran, in sostanza, intende prima capire le condizioni strutturali che si creeranno e poi cercare di capire come si può evolvere una soluzione per la fine della guerra. Tutto questo, nel breve periodo, passa per un dato di fatto: all’Iran conviene alzare il prezzo del conflitto per gli Usa, come sta gradualmente facendo dall’inizio dei raid nemici.
Sta invecchiando decisamente bene l’analisi fatta dal politologo del Quincy Institute for Responsible Statecraft Trita Parsi l’1 marzo, il giorno dopo l’inizio del conflitto, quando Washington e Tel Aviv pensavano di aver decapitato l’Iran uccidendo l’ayatollah Ali Khamenei ma facevano già i conti con la “difesa a mosaico” iraniana. Parsi notava allora che gli iraniani “ritengono di aver commesso un errore accettando il cessate il fuoco di giugno: questo ha solo permesso a Stati Uniti e Israele di rifornirsi e rimobilitarsi per riprendere la guerra”. Inoltre, notava Parsi, “affinché un cessate il fuoco sia accettabile, sembra difficile che Teheran lo accetti finché il costo per gli Stati Uniti non sarà molto più alto di quello attuale” e, inoltre, la morte di Khamenei, notava Parsi, avrebbe finito per radicalizzare il regime facendo cadere ogni resistenza all’opportunità di portare il conflitto a un nuovo stadio.
L’analisi di Parsi sembra pienamente coincidente con quanto detto da Ghalibaf. Il 64enne nativo del Khorasan, che dopo la morte di Ali Larijani è il volto più solido dello Stato profondo conservatore e pragmatico della Repubblica Islamica, ha detto nella giornata di domenica che quella combattuta dall’Iran è una “guerra globale”, a testimonianza della lucida consapevolezza di Teheran di voler alzare l’asticella del confronto prima di cercare qualsiasi negoziato. In tal senso, il fatto che Donald Trump abbia detto che Ghalibaf avrebbe fatto un “regalo” agli Usa consentendo a delle petroliere pakistane di uscire dallo Stretto di Hormuz è un segno di come anche Washington abbia accettato la presenza di una realtà di fatto che nel breve periodo sarà difficile invertire: il controllo iraniano della strategica via d’acqua la cui chiusura sta facendo annaspare l’economia globale.
Trump ha di fatto avallato quella che Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University ha definito “una mossa calcolata che permette all’Iran di dimostrare un controllo selettivo senza scontrarsi direttamente con Washington”, dichiarando che “l’Iran sta consolidando la propria influenza e dimostrando di poter regolare i flussi marittimi globali e di tradurre tale controllo in vantaggi politici ed economici”.
A queste condizioni, visto l’alto prezzo che Washington dovrebbe pagare per liberare l’accesso a Hormuz manu militari, la difficile concretizzazione delle opzioni in campo (ne abbiamo parlato qui) per raggiungere questo obiettivo e la disponibilità di Teheran a incassare ulteriori colpi che è stata tutt’altro che indebolita. “L’Iran non voleva questa guerra, ma ora ha dei motivi per prolungarla”, hanno notato sul New York Times Dina Esfandiary e Ziad Daoud di Bloomberg Economics, aggiungendo che:
Nonostante il crescente numero di vittime e le infrastrutture distrutte, l’impennata dei prezzi del petrolio sta proteggendo l’economia iraniana dai costi della guerra. L’Iran ha risposto praticamente a ogni attacco con un contrattacco, a ogni minaccia con una minaccia corrispondente. La logica dei suoi leader è fredda ma calcolata: rendere questa guerra così costosa per tutti che nessuno voglia iniziarne un’altra
L’obiettivo dell’Iran è sopravvivere come entità statuale al conflitto. L’endgame di Teheran è chiaro. Quello israeliano vago e ad oggi irrealizzabile, perché è esattamente l’esatto opposto di quanto agogna Teheran. Gli Usa, superato il primo mese della guerra che doveva durare pochi giorni, non ne hanno ad oggi uno. E sono il maggior fattore d’instabilità in un conflitto che Trump avrebbe da un lato tutto l’interesse a chiudere ma che, dall’altro, alle condizioni attuali andrebbe rubricato come uno scacco strategico.