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Nel giro di appena 24 ore Taiwan ha denunciato un’altra minacciosa incursione di aerei da combattimento cinesi nel proprio territorio. Il ministero della Difesa dell’isola ha subito invitato la Cina di smettere di minare la pace regionale, alimentando le tensioni nello Stretto di Taiwan. Oltre alle solite dichiarazioni di rito, molto appariscenti ma, visti i fatti, poco utili alla causa, il governo taiwanese ha fornito interessanti dettagli dell’ultima scorribanda dei velivoli di Xi Jinping.

Tra gli aerei entrati nella zona di identificazione aerea di Taiwan, a sud-ovest del Paese, figurerebbero caccia Su-30 e aerei da trasporto Y-8. In un comunicato ufficiale il ministero ha spiegato di aver risposto lanciando aerei per intercettare i mezzi cinesi e di essere così riuscita a intercettarli, seguendone i movimenti.

Il copione si è ripetuto anche il 9 settembre. La dinamica dei fatti è stata pressoché identica a quella odierna: diversi aerei da combattimento cinesi sono penetrati, senza giustificazioni o motivi validi, nello spazio aereo controllato da Taiwan. Secondo Taipei, accanto agli immancabili Su-30, ci sarebbero stati anche i caccia multiruolo di quarta generazione J-10. Il quotidiano taiwanese Liberty Times ha raccontato che Taiwan avrebbe emesso ben 24 avvertimenti verbali via radio per invitare i velivoli nemici a uscire dallo spazio aereo. Le forze armate nazionali hanno quindi rassicurato la popolazione, dicendo di essere capaci di rispondere rapidamente e in modo appropriato a queste e altre incursioni.

L’improvvisa escalation è arrivata, tra l’altro, a distanza di pochi giorni dal giallo di un presunto caccia cinese abbattuto da Taiwan dopo che il velivolo sarebbe entrato nello spazio aereo taiwanese. In quell’occasione le autorità di Taipei bollarono la notizia come fake-news ma le immagini di quello che sembrerebbe un Su-35 raso al suolo fecero comunque il giro del mondo.

Lo Stretto di Taiwan ribolle

Da diverse settimane le acque attorno allo Stretto di Tiwan ribollono di tensioni. Con il ritorno di fiamma degli Stati Uniti, ora che più che mai desiderosi di mostrarsi vicinissimi a Taipei in chiave anti cinese, Pechino è tornata a ruggire. Ricordiamo che la Cina considera l’isola una “provincia ribelle”, e che non ne accetta autonomia e indipendenza, mentre Washington è uno dei principali partner del Paese, protetto da un invisibile (in realtà sempre più visibile) “ombrello” americano.

Nei giorni scorsi Tsai Ing Wen, presidente taiwanese, si è rivolta agli “amici democratici della regione Indo-pacifica e oltre” affinché discutano la nascita di una coalizione in grado di scoraggiare “azioni unilaterali aggressive” da parte della Cina. Una delle ultime nazioni ad aver teso la mano a Taiwan è stata la Repubblica Ceca, con la visita a Taipei di Milos Vystrcil, presidente del Senato ceco. A detta di alcuni esperti, altri Paesi potrebbero seguire l’esempio di Praga e creare una sorta di blocco democratico e liberale capace di tutelare Taiwan e mettere pressione sui cinesi.

In ogni caso, come dicevamo, ad aver peggiorato le relazioni tra Taipei e Pechino sono stati i contatti politici, economici e militari tra Taiwan e gli Stati Uniti. Chiaro il piano statunitense: fare affidamento sulla roccaforte taiwanese per espandere il proprio controllo sul Mar Cinese meridionale e contenere l’avanzata cinese. D’altronde il recente rapporto del Pentagono ha fotografato un rivale, la Cina, le cui forze armate stanno modernizzandosi e crescendo anno dopo anno, e che già oggi possono rappresentare una seria minaccia per Washington, almeno nell’area indo-pacifica.

L’obiettivo della Cina

Se il fine degli Stati Uniti è lavorare la Cina lungo i fianchi, sperando in un passo falso del Dragone – non così improbabile in una regione carica di rivendicazioni territoriali e altri dissidi – qual è l’obiettivo di Pechino? Da questo punto di vista il governo cinese è stato più volte chiaro: portare Taiwan sotto il proprio controllo, con le buone o con le cattive. Cioè tramite un accordo diplomatico o, se dovesse servire, impiegando la forza.

Quest’ultimo scenario, pur essendo a tutti gli effetti un worst-case scenario, non è affatto pura fantascienza. Stando a un articolo pubblicato sulla rivista Proceedings dello Us Naval Institute da James Winnefeld, ex vice capo dello Stato Maggiore congiunto Usa dal 2011 al 2015, e Michael Morell, ex direttore ad interim della Cia, una ipotetica invasione di Taiwan da parte del Dragone si potrebbe concludere nel giro di tre giorni. Con Washington incapace di difendere il prezioso alleato. Insomma, i recenti raid aerei cinesi, seguendo la logica di Pechino, non sarebbero altro che esercitazioni volte a mostrare la propria determinazione nel difendere l’isola dalle mire americane.