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Continua a salire la tensione tra Pechino e Taipei. E questa volta si poteva anche arrivare a un passo dallo scontro aereo; quando i vertici militari di Taiwan hanno deciso di far alzare in volo i caccia per rispondere a quella che è stata considerata una vera e proprio incursione di aerei militari cinesi nello spazio aereo dell’isola che Pechino continua a considerare una “provincia ribelle”.

Dopo l’incidente che ha visto coinvolto nelle scorse settimane un caccia cinese precipitare dopo aver sconfinato nello spazio aero di Taiwan – apparentemente per un guasto tecnico, ma si era temuto l’abbattimento – si è presentato l’ennesimo rischio di escalation in Estremo oriente. E proprio durante la visita del sottosegretario agli Affari economici Keith Krach, alto funzionario del governo statunitense. Quel governo che si è reso garante dell’autonomia di Taiwan, repubblica insulare e stato de facto che non riconosce la completa autorità di Pechino. Non appena una formazione di “18 aerei militari cinesi” ha “varcato la linea mediana dello spazio aereo dell’isola nelle parti nord-occidentale e sud-occidentale”, riferisce il ministero della Difesa di Taipei, è stato impartito l’ordine di far alzare immediatamente in volo i caccia per “rispondere alla minaccia“, e scortare gli intrusi fuori dallo spazio aereo dell’isola. Questo mentre la difesa antiaerea attivava la funzione di rilevamento dei sistema di difesa missilistica – di fatto il passo precedente a tracciare e agganciare un bersaglio. Gli intercettori taiwanesi hanno poi “trasmesso un messaggio di avvertimento ai mezzi militari cinesi” intimandogli di abbandonare l’aerea. Momenti conciati dunque, che hanno richiesto la massima professionalità dei piloti di entrambe le parti: un semplice errore, compiuto nel momento di massima tensione, avrebbe potuto scatenare un duello nei cieli con conseguenze inquietanti.

Secondo la versione di Pechino però, da parte della quale si contano una lunga serie di atti intimidatori, molti dei quali condotti proprio da unità navali e aeree, non si tratterebbe in nessun modo di un’incursione. Il governo cinese ha infatti ribadito che le manovre messe in atto dalla sua aeronautica sarebbero state parte di esercitazioni “necessarie” alla luce dell’attuale “situazione” che si sta verificando nello Stretto di Taiwan. Esercitazioni che vogliono “salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. Questo almeno secondo le parole del colonnello Zhang Chunhui, portavoce del comando per la regione orientale dell’Esercito popolare di liberazione cinese. E in effetti le forze armate cinesi non di rado simulano attraverso le manovre militari l’invasione dell’isola di Taiwan – che sebbene non possa vantare relazioni diplomatiche formali con gli Stati Uniti, continua ad acquistare armi per mantenere delle relazioni con Washington, acquisendo di fatto un principio di deterrenza.

Non è un segreto infatti che uno degli obiettivi principali del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping sia quello di trovare una soluzione, diplomatica o meno, al “problema di Taiwan”. Un problema che potrebbe risolversi, secondo l’ala più “pragmatica” del direttorio di Pechino, attraverso un’invasione militare che, sovrastando le difese di Taiwan, porterebbe al semplice rovesciamento del governo autonomo di Taipei, presieduto da Tsai Ing-wen. Mettendo definitivamente fine alla storia della “provincia ribelle” della Cina. Un’incidente militare dunque, magari in seguito ad uno sconfinamento aereo che potrebbe obbligare le due parti all’ingaggio, si renderebbe il casus belli perfetto per innescare la reazione di Pechino. Reazione che troverebbe, neanche a dirlo, l’obiezione della comunità internazionale con Washington in prima linea.

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