L’unico paragone possibile è con la fase di attacchi che avviarono la guerra dei Sei Giorni nel 1967: i raid con cui l’aviazione israeliana ha colpito duramente le difese aeree, i centri di comando, i vertici militari e i siti nucleari iraniani nella notte tra giovedì e venerdì hanno aperto la strada a nuove incursioni che l’Israel Defense Force sta portando avanti anche nel cuore della giornata. Oltre al sito nucleare di Natanz, sulla cui effettiva distruzione ci sono grandi incertezze, i caccia israeliani nel pieno della giornata sono giunti a martellare l’apparato missilistico di Teheran, concentrandosi sulle città di Tabriz e Shiraz.
La prima, sita a Nord-Ovest, custodisce importanti basi di lancio, mentre la seconda è sede di importanti siti di produzione missilistica. “Non è un’operazione mirata, ma una guerra”, hanno detto a Channel 12 fonti militari israeliane. L’obiettivo primario, sul fronte tattico, è stato raggiunto: garantire a Tel Aviv, col combinato disposto di attacchi aerei e incursioni del Mossad, il controllo dello spazio aereo iraniano e la deterrenza contro qualsiasi possibilità di risposta.
Resta poco chiaro quale sia l’obiettivo strategico di fondo di Tel Aviv: qual è l’endgame di Benjamin Netanyahu e del suo governo nella nuova, pesante offensiva che porta a livelli mai raggiunti in precedenza la sfida di Israele a tutti i suoi rivali regionali? Ad un primo sguardo, sembra che la sfida del nucleare iraniano sia un pretesto. Più ampiamente, è possibile che Israele voglia definitivamente mettere l’Iran in condizione di non nuocere contenendo all’interno del suo stesso territorio ciò che resta della già malconcia “Mezzaluna Sciita”. Premessa, questa, per un possibile sbilanciamento del regime dell’ayatollah Ali Khamenei che solo una grave sconfitta militare potrebbe mettere davvero in difficoltà.
“Dobbiamo prepararci a un’operazione di lunga durata”, ha dichiarato il portavoce dell’Idf, Effie Defrin. Il militare ha aggiunto: “Continueremo ad agire finché gli obiettivi dell’operazione non saranno raggiunti”. La lista dei bersagli potenzialmente colpibili è ancora lunga: l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea), nota il New York Times, ha “affermato che non ci sono state finora indicazioni di attacchi in altri due importanti siti nucleari iraniani, il centro di arricchimento sotterraneo di Fordow e il sito di combustibile nucleare di Isfahan, dove avviene gran parte della lavorazione iniziale del combustibile nucleare”. La facoltà d’agire di Israele le metterà nel mirino? Fin dove si spingerà Netanyahu? E Teheran opterà per quella che l’Institute for the Studies of War ha definito “pazienza strategica” o rilancerà con risposte pesanti di rappresaglia? Mentre il Medio Oriente si infiamma ulteriormente, queste domande tengono la regione sul filo.

