Sull’Ucraina la Russia usa la parola “guerra”. Che cosa significa?

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Guerra /

Addio “operazione militare speciale“, benvenuta “guerra“. Mosca ammette l’ovvio: e cioè che quella che dura da due anni in Ucraina, dall’invasione del 24 febbraio 2022, non è che una dialettica conflittuale. Lo ha dichiarato oggi il portavoce di Vladimir Putin Dmitri Peskov, in una dichiarazione evidentemente avente utilità ai fini della propaganda interna.

Riassicuratosi la presidenza, completato il plebiscito del 15-17 marzo, consolidato il potere il presidente Vladimir Putin ha posto fine all’artificio retorico con cui, per due anni, la guerra è stata presentata. Di fronte alla crescente mobilitazione occidentale non solo a sostegno dell’Ucraina ma anche in direzione della prospettiva di mettere a sistema tutte le energie, politiche, militari ed economiche, interne in direzione di un conflitto di lunga durata anche la Russia sceglie di abbandonare la sostanziale ipocrisia dietro cui si è nascosta negli ultimi due anni.

Peskov, parlando con la stampa, ha ricordato che quella in Ucraina “è iniziata come un’operazione militare speciale” ma che “appena questa si è sviluppata e l’Occidente collettivo ha iniziato a partecipare al conflitto dalla parte dell’Ucraina, per noi è diventata una guerra”. Una vera e propria guerra senza limiti, si potrebbe dire, perché Peskov non specifica se la guerra sia “solo” quella guerreggiata sul campo o il confronto aspro e violento con l’Occidente a colpi di sanzioni, rifornimenti, consegne di armi e via dicendo. Usare la parola “guerra” in forma esplicita non significa, necessariamente, dichiarare prassi come la mobilitazione generale o la militarizzazione della società. Significa però molto altro.

In primo luogo, la Russia dichiara in maniera precisa il perimetro dei suoi rivali: l’Ucraina e l’Occidente. Tutto si tiene. In secondo luogo, Mosca indica con precisione i suoi obiettivi: la Russia, per la prima volta, infatti si è posta un fine esplicito. Non la retorica volontà di “denazificare” l’Ucraina ma un preciso piano strategico: “Peskov ha affermato che la Russia continuerà a lottare per impossessarsi della terra dell’Ucraina in quattro regioni meridionali e orientali del paese che Mosca ha rivendicato come propria nell’autunno del 2022, ma di cui non è riuscita a garantirne il pieno controllo”, nota il Financial Times. Ovvero gli oblast di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. E questo non è un passaggio banale, specie se arriviamo a un terzo punto che può apparire paradossale: parlare di guerra significa dare “ordine” alla questione del confronto muscolare di Mosca coi suoi rivali. L’operazione militare speciale era un concetto giuridicamente ben poco valido. La guerra è una situazione tra Stati normata e in prospettiva inquadrabile. Certo, rimane nebuloso capire con chi la Russia si ritenga in guerra. Ma c’è su questo fronte un indubbio salto di qualità.

Da un lato si mobilita la società e la si compatta dopo la vittoria plebiscitaria di Putin. Dall’altro si dà sfoggio della volontà di potenza di Mosca che, però, include al suo interno le sue linee rosse. La Russia dichiara, sostanzialmente, di non mirare all’intera Ucraina. La sua guerra continua a violare e calpestare il diritto internazionale, su questo non ci piove, ma le rivendicazioni sono, giocoforza, anche una linea negoziale. E ci conducono a un dato di fatto netto ma da non scordare: la “guerra” si fa per arrivare alla pace. A una forma di pace più vantaggiosa, ovviamente. Dettata dai rapporti di forza. Nel caso radicale, che non è quello ucraino, “cartaginese”.

Ma nessun attore politico fa…la guerra per il fine di farla. E ciò va sottolineato con grande attenzione. Mosca ha, dichiarando la guerra, posto fine alla nebulosa, impalpabile e illegale fase dell’operazione militare speciale. Riconducendo la guerra fuori dalla dimensione escatologica e riportandola in quella politica. Perché l‘assioma secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi si può ribaltare: è l’alta politica che può porre fine alle guerre. Può sembrare paradossale, ma forse l’uso, da parte della Russia, della parola incriminata e di cui le società moderne hanno più paura dopo l’emersione dello spettro atomico non è necessariamente una minaccia. O perlomeno non qualcosa di peggio di ciò che si è visto nell’ultimo biennio.