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Guerra

Sull’Iran Trump è in guerra contro l’America

Meno convinti i repubblicani, profondamente contrari i democratici. E Trump non ha un piano per la guerra contro l'Iran.
usa

Siamo stati descritti come dei complottisti, come degli ossessionati, per aver sospettato quello che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sembra aver appena ammesso di fronte alle telecamere: l’unica “minaccia imminente” percepita dalla Casa Bianca in Iran era quella creata dalla decisione di Israele di colpire per primo. Non il nucleare degli ayatollah alle porte, né altre preoccupazioni improrogabili. Di fronte all’alleato inamovibile, la potenza egemone del fronte occidentale, anziché frenarlo, ha pensato bene di unirsi all’attacco.

Una rivelazione, quella di Rubio, che arriva in un ecosistema informativo, istituzionale e religioso che tollera da decenni il cosiddetto Israel First, il sacrificare ogni velleità sovranista per i desiderata di Tel Aviv: per esempio tra gli evangelici, segmento fondamentale per Trump. D’altro canto, arriva mentre il consenso popolare per l’alleato israeliano e le sue politiche è sempre più in calo, e servono leggi repressive per frenarne la discesa.

Non c’è un solo sondaggio, tra i primi e più autorevoli pubblicati subito dopo l’attacco congiunto di Trump e Netanyahu contro l’Iran, che mostri una maggioranza di statunitensi favorevoli alla guerra. Secondo una rilevazione di Reuters/Ipsos, il 43 per cento degli intervistati è contrario agli attacchi, il 27 per cento li sostiene e il 29 per cento è indeciso. Il dato è persino leggermente peggiore rispetto agli attacchi di giugno, quando il rapporto era 36 per cento favorevoli contro 45 per cento contrari.

Repubblicani meno convinti, dirigenti Dem silenti

Anche all’interno del Partito Repubblicano il sostegno sta calando: l’approvazione tra gli elettori Gop è passata dal 69 per cento registrato a giugno al 55 per cento attuale. E una parte consistente dice che cambierebbe posizione se aumentassero le vittime americane o i prezzi di benzina e petrolio.

Il dato più sconcertante è la dirigenza Dem: silente, fiacca o complice dell’operazione nonostante gli elettori democratici che si dicono favorevoli siano appena il 13 per cento. Una vecchia storia di gap tra establishment di partito e base, ma anche il segno che l’ostilità estrema della classe dirigente Usa nei confronti dell’Iran e la voglia di saldare il conto decennale sono più forti di qualsiasi tendenza in società.

Come biasimare lo scetticismo? Negli ultimi quattro giorni Trump ha raccontato obiettivi e tempi della guerra contro l’Iran in modo diverso a seconda del giornale con cui parlava. Al Washington Post ha detto che lo scopo è la “libertà per il popolo iraniano”. Ad Axios ha ipotizzato di chiudere “in due o tre giorni” con un accordo. Al New York Times ha parlato di “quattro o cinque settimane” e di “tre ottime opzioni” per guidare l’Iran. Sul social Truth ha un tono molto più bellicoso.

Nel complesso, più che un piano definito, emergono ipotesi diverse e spesso contraddittorie. L’impressione è che Trump voglia poter dire di aver “risolto” un problema che impegna gli Stati Uniti dai tempi di Jimmy Carter. Ma non è chiaro cosa significhi, concretamente, né come arrivarci. I bombardamenti hanno ucciso la Guida suprema iraniana e altri vertici politici e militari, ma anche centinaia di civili, che hanno ricompattato quella parte di Iran tutt’altro che secolarista o favorevole al regime change. I soldati statunitensi morti sono una mezza dozzina finora, ma simbolicamente i primi dell’Air Force in oltre trent’anni.

La differenza rispetto all’Iraq

C’è una differenza abissale col passato recente, quando, pochi giorni dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, il 72 per cento degli statunitensi diceva che andava bene così. Il più classico dei rally around the flag. Contro il lascito bellicoso dei neoconservatori del resto aveva fatto campagna elettorale lo stesso Trump, che ora sembra essersene dimenticato e spiega di fregarsene dei sondaggi, tagliando corto: “Devo fare la cosa giusta”.

Di fatto, pressione israeliana o meno, la decisione finale sull’attacco l’ha presa Trump. E la parte più isolazionista del popolo Maga è in ribollizione. Il fascistoide Nick Fuentes scrive: “Siamo sicuri sia meglio di Kamala [Harris]?”. Il provocatore Matt Welsh dice che l’ammissione di Rubio “è la peggiore cosa possibile in questo momento”, mentre il giornalista di impatto globale Tucker Carlson, scrive il New York Times, avrebbe detto al presidente che non dovrebbe lasciarsi mettere con le spalle al muro da Israele. Trump gli avrebbe risposto di comprendere i rischi di un attacco e di non avere altra scelta se non quella di unirsi a un’azione militare che Israele avrebbe comunque lanciato.

Per ora, in attesa che la base populista faccia da katechon, da potere frenante all’alleanza Usa-Israele, questo è ben lungi dall’essere il tema principale della politica grassroots, ma la guerra con l’Iran e le tensioni regionali stanno rendendo la questione sempre più centrale, soprattutto in un elettorato democratico che appare più critico verso il governo israeliano rispetto al passato. Nelle primarie democratiche in Stati come Illinois, Michigan e Texas, anche legami marginali con dirigenti israeliani vengono usati dagli avversari per attaccare i candidati.

E intanto, nel Regno Unito e in Germania…

In Illinois, la vicegovernatrice Juliana Stratton è stata criticata per un viaggio del 2019 in Israele e un incontro con Tzipi Livni, ex ministra e storica oppositrice di Benjamin Netanyahu. Una sua rivale, la deputata Robin Kelly, ha messo in dubbio il suo “giudizio politico” e ha rivendicato una linea più netta: ha definito quanto accaduto a Gaza un genocidio e ha annunciato che non accetterà più fondi dalla lobby filo-israeliana Aipac.

Il tema emerge mentre il sostegno a Israele tra gli elettori democratici è in caduta libera: dice Gallup che circa due terzi dei democratici simpatizzano più per i palestinesi che per gli israeliani, un fatto impensabile dieci anni fa. Anche nella società britannica ci sono trend simili: una rilevazione YouGov mostra che solo l’11 per cento degli intervistati sostiene con convinzione la guerra contro l’Iran, mentre il 49 per cento si dice contrario, di cui il 27 per cento fortemente. Il sostegno è concentrato tra anziani, maschi, elettori conservatori e di destra radicale come Reform Uk. Tra giovani, donne, laburisti e verdi prevale invece nettamente l’opposizione o lo scetticismo. In Germania 6 tedeschi su 10 sono contro gli attacchi.

Trump ha dichiarato guerra all’America che sperava in lui per nuovo corso, antitetico a quello della palude di Washington. C’è chi pensa di distrarre da questa circostanza con l’arma più prevedibile: un’accusa generica di antisemitismo, lanciata contro il pubblico con definizioni fin troppo ampie di ciò che dovrebbe includere. Difficilmente funzionerà, e di fronte a una crescente stanchezza gli ebrei americani avrebbero bisogno di idee, alleati e leadership migliori di queste.

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