Svolta importante nella guerra civile in Sudan, dove l’esercito regolare del governo di Abdel Fattah al-Buran ha riconquistato definitivamente, dopo due anni di combattimenti, la capitale Khartum alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti.
Dopo due anni finiscono gli scontri a Khartum
La città sul Nilo era al centro di violenti combattimenti dal momento dell’insorgenza degli ex paramilitari fedeli al deposto presidente Omar al-Bashir contro il Governo militare, che ha avviato due anni fa un brutale conflitto in cui almeno 150mila persone hanno perso la vita.
La battaglia di Khartum, in questi due anni, è stata una delle più violente mai combattute nel post-Seconda guerra mondiale. Attacchi casa per casa, avanzate, bombardamenti aerei sulla capitale, interventi di milizie esterne come i mercenari della Wagner a sostegno delle Rsf fino al luglio scorso, efferatezze da una parte e dall’altra hanno marcato un confronto in cui le forze armate sudanesi (Saf) hanno ottenuto guadagni significativi a partire da dicembre.
La caduta di Omdurman, centro-satellite di Khartum e seconda città sudanese per popolazione, sita sulla sponda Ovest del Nilo, a gennaio e di Bahri a febbraio ha segnato definitivamente i destini della battaglia a favore delle Saf.
Khartum, una battaglia violentissima
La riconquista del palazzo presidenziale e l’annuncio della fine della battaglia nella giornata del 26 marzo hanno posto fine a un confronto che sarà ricordato al pari di altri grandi scontri del nuovo millennio: dalle battaglie nella guerra civile siriana (come Aleppo, dal 2012 al 2016) a quelle della coalizione schierata contro lo Stato islamico tra Siria e Iraq (Mosul e Raqqa, 2016-2017), passando per gli assedi della guerra russo-ucraina (Mariupol, Avdiivka, Bakhmut) più volte le guerre contemporanee hanno presentato situazioni di combattimento urbano in cui intere città sono diventate teatro di operazioni di logoramento estremamente sanguinose.
Khartoum, probabilmente, è stata la più sanguinosa di tutte queste battaglie: a novembre 2024 la stima era di 61mila morti, di cui 26mila militari e 35mila civili, e ad oggi ipotizzare un computo di morti superiore alle 70mila unità non appare irrealistico. Parliamo di metà dei morti della guerra civile sudanese, la meno nota tra le grandi guerre del mondo contemporaneo, un conflitto la cui importanza strategica è paragonabile a quella degli scontri in Palestina e Ucraina.
Il conflitto rischia di lasciare strascichi duraturi in un Paese strategico, crocevia per le rotte acquatiche del Nilo, per il controllo dell’Africa orientale e per il suo affaccio sul Mar Rosso. Al contempo, l’eredità delle violenze delle Rsf nelle aree occupate e della pulizia etnica delle minoranze non arabe ha messo in movimento l’intero scacchiere regionale. “Le forze che ora affrontano la RSF includono ex ribelli del Darfur, islamisti (alcuni con legami con il regime detronizzato di Bashir), milizie tribali e, a quanto si dice , combattenti tigrini dalla vicina Etiopia”, nota Crisis Watch.
Il caos regionale
Caduta Khartum, proseguiva l’analisi, “Burhan potrebbe rivendicare la vittoria anche se i combattimenti continuano a imperversare altrove, specialmente nel Darfur e nel Kordofan, che i precedenti governi sudanesi hanno lasciato languire nel tumulto per decenni”. A febbraio le Rsf hanno blindato il controllo sui territori occidentali del Paese plasmando un governo alternativo per dare un’amministrazione civile all’area sotto il loro controllo.
Si prefigura una spaccatura del Sudan? Si prepara un’espansione del conflitto a deflagrazione regionale sulla scorta della frammentazione etnica e del ritorno in campo di attori come i tigrni, invisi all’Etiopia? Si può pensare a un ampliamento dell’arco di crisi africana che dal Sudan e dal vicino Sahel passa al Corno d’Africa (Somalia) e arriva al Congo? La comunità internazionale deve occuparsi dell’Africa per evitare un tracollo della situazione securitaria in un continente conteso e diviso, sul perenne orlo del baratro. E di questo caos, ora più che mai, è il Sudan l’architrave. Non è solo la fine della battaglia di Khartum che può porre fine a una guerra in cui le parti in campo sono schierate su posizioni irriducibili.

