Sudan, le Rsf occupano il campo profughi di Zamzam: si temono centinaia di morti

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Il campo profughi più vasto del Darfur sarebbe stato occupato dai ribelli sudanesi delle Rsf, dopo mesi di scontri nei suoi dintorni. Si temono centinaia di morti, in una fase critica contraddistinta dalle accuse del governo di Khartoum contro gli Emirati Arabi Uniti per il presunto sostegno ad azioni genocidiarie contro le minoranze non arabe in Darfur.

Usiamo il condizionale perché in Sudan è d’obbligo. Una forma di autotutela informativa per raccontare nel migliore dei modi la più grande delle “guerre dimenticate”, o forse la meno nota delle guerre maggiori. Sì, perché risulta sempre difficile occuparsi del Sudan e dell’ampiezza delle devastazioni che contraddistinguono il martoriato Paese dell’Africa orientale.

Il blackout informativo impone, molto spesso, di seguire l’evoluzione della guerra civile unicamente tramite le testate sul campo o i post dei social, rendendo difficile calcolare, in diverse occasioni, la portata dei danni causati dagli scontri tra l’esercito regolare del presidente Abdel Fattah al-Buran e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) del leader Mohamad Hamdan Degalo, detto Hemetti.

I massacri delle Rsf che blindano il Darfur

Nelle scorse settimane abbiamo dato notizia della riconquista della capitale da parte dei governativi, ritenuta potenzialmente una svolta nella guerra: sul campo, da un lato, ma anche sul piano politico, dall’altro. Come mai? Perché l’esser stati respinti dalle zone vicine al Nilo ha spinto gli uomini delle Rsf a concentrarsi sulle aree occupate a Ovest e Nord del Paese, in particolare sul già martoriato Darfur. Ed è qui che si è concentrato l’attacco a un campo profughi che ospitava ben 500mila sfollati ed era già stato teatro di azioni militari.

Come scrive Nigrizia, “il campo è quello di Zamzam, già noto per essere colpito da una grave carestia, provocata anche dal blocco strumentale dell’accesso agli aiuti umanitari. Dopo un assalto con armi pesanti durato tre giorni, il campo, sito a una quindicina di chilometri dalla capitale del Darfur settentrionale El-Fasher – anch’essa sotto assedio da un anno – è caduto nelle mani delle milizie Rsf”. Già a febbraio c’erano stati attacchi su Zamzam.

In questa circostanza, però, l’entità della distruzione e delle violenze sembra ancora più ampio. Almeno una decina di operatori umanitari nel campo sono morti nell’assalto decisivo che ha portato alla sua conquista. E secondo diversi report le Rsf si sarebbero abbandonate a saccheggi, violenze, stupri: si parla di almeno 450 vittime, ma il timore è sempre quello di riportare cifre al ribasso. “Gli attacchi hanno distrutto rifugi, mercati e strutture sanitarie, provocando la fuga di decine di migliaia di residenti, che si sono incamminati a piedi verso El-Fasher, teatro anch’essa di violenti scontri, e verso la località di Tawila”, prosegue Nigrizia, aggiungendo che “centinaia di vittime civili si registrano nella città di Um Kadada, a circa 180 km a est di El-Fasher, anch’essa sotto assedio da giorni e caduta sotto il controllo delle Rsf”.

La nebbia di guerra

Gli uomini di Hemmeti si stanno abbandonando a violenze e massacri per blindare il loro controllo su un’area che vorrebbero impostare come un vero e proprio Stato nello Stato. Se da un lato si fa sempre più remota l’ipotesi di rovesciare il regime di al-Buhran, dall’altro lo scenario libico per il Sudan e la sua divisione in aree in lotta permanente tra loro, con il solito corollario di violenze etniche e massacri, sono sempre più plausibili come esito.

“Le informazioni limitate emerse da Zamzam si sono spesso basate sulle comunicazioni satellitari, tramite immagini, telefoni o il servizio Starlink, che utilizza satelliti anziché torri di comunicazione terrestri per fornire Internet”, nota il Guardian. La possibilità che oltre queste devastazioni ci possa essere altro è tutto fuorché remota. E invita a pensare alle tragedie delle guerre moderne che hanno la sfortuna di essere lontane, in forma pressoché permanente, dagli occhi del mondo. Finendo per restare inevitabilmente di fronte al rischio di essere avvolte nella nebbia.