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Il 15 aprile, nel giorno del secondo anniversario dell’inizio della guerra civile in Sudan, il leader dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) Mohamed Hamdan Dagalo ha annunciato la creazione di un Governo parallelo. “In questo anniversario, dichiariamo con orgoglio l’istituzione del Governo di Pace e Unità” ha dichiarato il leader delle Rsf, istituendo il nuovo Governo nelle aree sotto il loro controllo, quindi principalmente nel Darfur e in altre regioni occidentali e meridionali del Sudan.

Si tratta di un Governo alternativo a quello ufficiale e riconosciuto con sede a Port Sudan, controllato dalle Forze Armate Sudanesi (Saf) guidate da Abdel Fattah al Burhan, l’altra fazione coinvolta nel conflitto. Il leader delle Rsf, conosciuto anche come Hemedti, ha affermato che il nuovo Governo mira a fornire servizi di base in tutto il Paese, creando anche una nuova valuta e nuove carte d’identità. Un governo che rappresenterebbe “il vero volto del Sudan”, come afferma nella dichiarazione su Telegram. Secondo quanto dichiarato, è stata approvata una Costituzione di transizione e formato un organo collegiale di governo composto da 15 membri per rappresentare tutte le regioni del Paese.

Sulla strada della Libia

La creazione di un Governo parallelo intensifica il rischio di una partizione de facto del Sudan, simile a quanto avvenuto in Libia. Nel mese di febbraio, le Rsf, insieme a 23 altre entità hanno firmato una carta politica a Nairobi, delineando una Costituzione transitoria che prevede uno Stato laico e decentralizzato, con otto regioni dotate di autonomia. Il progetto politico è stato chiamato “Founding Alliance for Sudan”.

Il documento mira a porre fine ai conflitti affrontando le cause profonde della guerra, promuovendo la pace, fornendo aiuti umanitari, unendo il popolo sudanese e preservando l’unità volontaria del Paese. La Carta stabilisce anche che il Governo lavorerà per porre fine al fenomeno degli eserciti multipli e per istituire un esercito nazionale professionale che rappresenti il ​​popolo sudanese e protegga il paese e la sua sovranità. L’accordo impone, una volta ratificata e applicata la Costituzione, lo scioglimento dell’attuale esercito sudanese, che viene definito come “milizie affiliate al Congresso Nazionale e al Movimento Islamico, insieme a tutte le altre milizie”.

La firma della carta ha suscitato reazioni contrastanti. I promotori la considerano un passo verso la pace e la giustizia, mentre il Governo sudanese e diversi attori internazionali l’hanno condannata, temendo che possa aggravare la frammentazione del Paese e ostacolare gli sforzi per una soluzione pacifica del conflitto. Nello stesso giorno, si è tenuta una conferenza sul Sudan a Londra e i rappresentanti di alcuni Paesi, tra cui Arabia Saudita e Stati Uniti, e di alcune organizzazioni internazionali hanno chiesto un “cessate il fuoco immediato e permanente”, rimarcando “la necessità di evitare una spartizione del Paese”.

Le implicazioni nella guerra civile

La guerra civile va ormai avanti da due anni. Scoppiata il 15 aprile 2023, ha causato lo sfollamento di più di 13 milioni persone, dando luogo alla peggiore crisi umanitaria di sfollati nel mondo, e causando almeno 150mila morti. Ma si tratta di stime, fornite dalle Nazioni Unite, dal momento che questa guerra è una delle più difficili da documentare, in primis per le difficoltà nel raggiungere le zone del conflitto e in secondo luogo per la distruzione dell’intera rete elettrica sin dall’inizio del conflitto.

Quello in Sudan è un conflitto complesso, in cui entrambe le parti in guerra sono state accusate di crimini di guerra e hanno compiuto atrocità, tra cui stupri di massa e uccisioni a causa di motivi etnici, alla cui base ci sono rivalità tra le comunità arabe e non arabe.

Dopo un periodo di attacchi e violenza tra i gruppi armati in conflitto, solo negli ultimi mesi l’esercito sudanese ha iniziato a collezionare una serie di vittorie, conquistando il controllo della capitale Khartum nel mese di marzo, fino ad allora divisa tra le due fazioni. Secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), se le condizioni di sicurezza e le infrastrutture lo permetteranno, questo potrebbe portare più di 2,1 milioni di sfollati a tornare a Khartoum entro sei mesi.

Un Paese a rischio frammentazione

Le Rsf controllano invece il Darfur, dove recentemente si sono concentrati gli scontri, con l’obiettivo di conquistare Al Fashir, il capoluogo dello stato del Darfur Settentrionale. Il 13 aprile le Rsf avevano annunciato di aver preso il controllo del campo di Zamzam, proprio vicino ad Al Fashir. Qui vivevano più di 500mila sfollati e secondo le Nazioni Unite, l’attacco ha provocato più di quattrocento morti. Mentre secondo l’Oim circa 400mila persone sono fuggite dal campo.

La formazione di un Governo parallelo potrebbe rappresentare una nuova e pericolosa fase del conflitto in Sudan. In primo luogo, si consolida il rischio di una frammentazione del Paese e la duplice presenza di governi rivali potrebbe ostacolare le possibilità di un negoziato, aggravando ulteriormente la già drammatica crisi umanitaria.

Inoltre, la creazione di istituzioni parallele da parte delle Rsf rafforzerebbe il loro controllo locale e rischia di legittimarne l’autorità agli occhi della popolazione. A livello internazionale invece, la mossa potrebbe aumentare il rischio di un coinvolgimento più marcato di potenze straniere. Al momento le Rsf ricevono sostegno dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le Saf sono appoggiate da Egitto, Arabia Saudita e, in misura variabile, da Russia e Iran.

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