Sudan, l’esercito regolare guadagna terreno nella guerra infinita

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Nelle ultime ore il rumore delle armi sta coinvolgendo la cittadina di Bahri, poco più a nord della capitale Khartoum. Qui alcuni gruppi dell’esercito regolare, agli ordini del generale Abdel Al Burhan (formalmente anche a capo del governo di transizione), stanno attaccando nascondigli e basi delle Rsf. Un acronimo quest’ultimo che indica le Rapid Support Forces (Forze di Supporto Rapido), ossia la milizia paramilitare agli ordini del generale Hemetti Dagalo creata ai tempi del presidente Bashir e oggi antagonista dell’esercito regolare nella guerra civile scoppiata nell’aprile 2023.

I combattimenti a Bahri rappresentano gli ultimi di una lunga serie che, nelle ultime settimane, ha dato al conflitto la conformazione di una guerra ad alta intensità. Lo scontro è adesso aperto, avviene casa per casa in alcune località e anche in improvvisate trincee al di fuori dei centri abitati. L’esercito ha riguadagnato l’iniziativa dopo mesi di stallo e adesso Al Burhan spera di presentarsi da vincitore, o quantomeno da uomo forte, in eventuali tavoli negoziali.

La svolta di Wad Madani

Un’accelerazione al conflitto è stata data dalla battaglia, conclusasi lo scorso 11 gennaio, combattuta a Wad Madani. Si tratta di una delle città più importante della regione a sud di Khartoum, essendo un vitale snodo ferroviario e anche capoluogo della regione di Gezira. Dopo mesi di controllo da parte delle Rsf, l’esercito è riuscito a espugnare l’intera area e ad entrare nel centro cittadino. Con la presa di Wad Madani, gli uomini di Al Burhan si preparano adesso a cingere d’assedio la periferia sud di Khartum, attualmente saldamente in mano alla controparte.

La vittoria a Wad Madani è importante però anche a livello di morale delle truppe. Le Rsf iniziano ad avere il timore di non poter difendere a lungo il perimetro attorno alla capitale mentre, di contro, i soldati regolari credono nella possibilità di una forte avanzata a danno dei rivali. I sopra richiamati combattimenti scoppiati a Bahri ne sono una dimostrazione: la località infatti, da tempo rappresenta una roccaforte delle Rsf, ma gli ultimi scontri dimostrano la presenza di soldati infiltratisi oramai nel perimetro urbano della cittadina. Bahri peraltro si trova a nord di Khartoum, segno che l’esercito sta ora premendo lungo tutti i principali assi attorno la capitale sudanese.

La questione legata al Darfur

Occorre però tenere in considerazione che il Sudan è un Paese molto vasto, difficile da controllare per intero anche in tempi di pace. E questo per via della fisionomia del suo territorio, ma anche per la frammentazione etnica e religiosa interna alla società. Difficilmente l’esercito riuscirà a riprendere il controllo di tutte le regioni. Molto probabilmente, Al Burhan si accontenterà della capitale, attualmente contesa.

Dal canto loro, le Rsf mantengono invece molto salda la presa sul Darfur. Sulla regione occidentale cioè che, da almeno venti anni a questa parte, è teatro di scontri e massacri. Qui ha avuto luogo un vero e proprio genocidio a danno delle popolazioni fur e masalit tra il 2003 e il 2009, con le atrocità andate però avanti anche oltre. Ad attuare i tentativi di pulizia etnica sono stati i cosiddetti “janjaweed“, milizie delle tribù arabe del Darfur scagliatesi contro le altre etnie. Il pericolo che nella regione, ricca di diamanti e minerali, sia in corso un altro genocidio è purtroppo molto concreto. Le Rsf sono infatti in gran parte formate da ex janjaweed a cui, nel 2013, l’ex presidente Al Bashir ha cucito loro una divisa addosso. Amnesty International nei mesi scorsi ha denunciato l’evidenza di massacri in corso in diverse aree del Darfur.

Il ruolo delle potenze internazionali

A pesare sulle dinamiche del conflitto sudanese è anche il ruolo degli attori internazionali. A partire da quelli regionali, visto che l’Arabia Saudita appare molto più vicina all’esercito regolare mentre, dall’altro lato, gli Emirati Arabi Uniti appoggiano più o meno apertamente le Rsf. C’è poi la Russia, interessata al Sudan per via della possibilità di impiantare qui una base sul Mar Rosso e di avere un hub logistico per le proprie operazioni nell’area del Sahel. Mosca è intervenuta con ex miliziani Wagner, vicini alle Rsf, a giugno tuttavia il Cremlino ha firmato un accordo con il governo ufficiale per impiantare una base in uno dei porti sudanesi.

Si muove anche la Turchia, con Ankara che spera di avere un ruolo nelle mediazioni che prima o poi si apriranno. Erdogan si è offerto come pacificatore e vorrebbe invitare quanto prima Al Buhran e Dagalo nei suoi uffici per contribuire a un’intesa. Per il momento a parlare sono unicamente le armi. Circostanza che sta aggravando una già pesante crisi umanitaria: sono migliaia gli sfollati, milioni coloro che nel Paese non hanno accesso continuo a cibo e medicinali.