Il caos in Sudan ha diversi risvolti. Uno di questi riguarda un fronte noto solo in parte, e cioè quello del Mar Rosso, che è in realtà centrale nelle strategie regionali quanto nazionali. Le chiusure e l’utilizzo dei porti sono state spesso essenziali nelle logiche di spartizione del potere tra fazioni. E lo sfruttamento della costa sudanese è stato al centro di mire di molte potenze, desiderose di inserirsi in un contesto caotico, utile dal punto di vista delle materie prime e anche per quello militare.
Per molto tempo, il Sudan – anche dal punto di vista marittimo – è stato al centro degli interessi russi. Al pari della penetrazione del gruppo Wagner nel territorio del Paese africano, le sue coste sono diventate fondamentali per un altro tipo di interesse russo, questa volta facente capo alla Difesa. Nonostante la caduta dell’alleato Bashir, destituito a seguito di golpe, le trattative per l’acquisizione della base di Port Sudan da parte delle forze russe è proseguita, pur se tra alti e bassi, anche in questi anni. E nell’ultima visita del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, i vertici di Khartoum avevano confermato la volontà di mantenere in vita l’accordo, pur con una serie di difficoltà burocratiche e politiche che facevano credere in un sensibile allungamento delle tempistiche. Un’intesa che, come già avevamo avuto modo di scrivere, non piacque soprattutto agli Stati Uniti, che avevano ampiamente avvertito Khartoum dei rischi nelle relazioni bilaterali in caso di cessione della base alle forze navali di Mosca.
Ma al fianco di questo interesse russo per Port Sudan, la coste del del Paese africano erano state al centro anche di altri interessi, che fanno comprendere anche la volontà di altri Stati di incidere sul destino del Sudan o la ramificazione di alcuni rapporti.
Un primo protagonista internazionale, per quanto riguarda il fronte marittimo sudanese, è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti. A dicembre del 2022, il governo militare del Sudan firmò una prima intesa con due società emiratine per un nuovo porto, l’hub di Abu Amama, dal valore di 6 miliardi di dollari. Per Khartoum e Abu Dhabi si trattava (e si tratta) di un’intesa strategica estremamente rilevante: Abu Amama infatti sarebbe il secondo porto del Paese dopo quello di Port Sudan, trasformandosi quindi in uno scalo basilare nell’economia sudanese ma anche nello scacchiere regionale. L’accordo era in sostanza la certificazione di quel grande ruolo economico che gli Emirati hanno da diverso tempo in Sudan: interessi che contemplano oro, mercenari, proiezione in Libia e in altri Paesi limitrofi e appunto possibili investimenti e zone strategiche sotto il proprio controllo. Aggiungere un porto civile a una costellazione di basi nel Corno d’Africa implicherebbe una cintura di monitoraggio per tutte le rotte.
Terzo attore legato alle sorti del Mar Rosso sudanese è la Turchia. In queste ore, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sembra essersi proposto come mediatore tra le due fazioni in guerra in uno dei suoi continui tentativi di imporsi come figura di ponte tra parti in conflitto. A darne notizie sono state sia la tv saudita Asharq News che un diplomatico sudanese al Sudan Tribune. L’interesse politico di Erdogan di mostrarsi come uomo di pace tra i due generali sudanesi, Al-Burhan e Hemetti, si unisce però a un altro interesse, questa volta strategico, e che riguarda proprio il Sudan.
Anni fa, il “Sultano” avviò dei contatti con il governo di Khartoum per l’utilizzo di un porto, quello di Suakin. L’accordo, raggiunto durante la visita di Erdogan in Sudan nel 2017 – prima di un presidente turco nel Paese – aveva come obiettivo quello di ricostruire l’antico porto ottomano, ormai abbandonato, rendendolo uno scalo per il pellegrinaggio a la Mecca ma anche un centro turistico.
Contemporaneamente, nella partita si inserì l’allora ferreo alleato di Erdogan, il Qatar, pronto a mettere sul piatto diversi miliardi di dollari. I tre Paesi rivali della Turchia, e cioè Egitto, Emirati e Arabia Saudita, furono profondamente allarmati per l’ipotesi di un porto turco a Suakin, ritenendolo l’inizio di una installazione militare di Ankara nel Mar Rosso. La caduta di Bashir poi fece fermare il piano, che tuttavia non è mai stato definitivamente annullato. E non è impossibile credere che l’interesse di Erdogan, in questo momento, sia anche quello di tornare con vigore nello scenario sudanese anche per riprendere il filo di un discorso che dal punto di vista strategico è fondamentale per la Turchia, già da tempo proiettata più a sud nel Corno d’Africa.
Infine, da non sottovalutare anche l’interesse della Cina verso le coste del Sudan. Come ricordato su Report Difesa, i cinesi hanno già due porti, Haidob, della China Harbor Engineering Company, e Bushair. E per quanto riguarda il primo, quello di Haidob, non va dimenticato che – come scritto da Middle East Eye – già negli scorsi anni fu al centro di pesanti scontri tra autorità e comunità locale che portarono anche alla chiusura dello scalo. Di quell’hub sudanese, una delle tante basi della Nuova Via della Seta marittima voluta dal presidente cinese Xi Jinping, si è sempre saputo poco rispetto ad altre infrastrutture legate ai progetti di Pechino. Tuttavia, l’inserimento nella partita dell’Africa orientale della Cina è evidente, cos come è chiaro anche l’interesse di Pechino per la stabilizzazione di un Paese che garantisca i suoi avamposti commerciali e strategici in Mar Rosso.