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L’oro, risorsa preziosa e contesa, si è trasformato in un motore economico per il conflitto civile in Sudan, scoppiato nell’aprile 2023. È quanto emerge dal rapporto Fueling Sudan’s war – How gold exports and smuggling are prolonging Sudan’s war, pubblicato a ottobre dal centro di ricerca e advocacy Sudan Transparency and Policy Tracker (sudantransparency.org). L’estrazione aurifera, infatti, sostiene economicamente le due fazioni in lotta: le Forze di intervento rapido (Rsf) e l’Esercito nazionale (Saf).

Il Sudan e l’importanza strategica dell’oro

Il Sudan è uno dei maggiori produttori africani di oro, una risorsa di valore cruciale per i mercati internazionali, soprattutto perché richiede investimenti relativamente bassi per essere estratta e commercializzata. Tuttavia, il conflitto ha trasformato questa ricchezza naturale in uno strumento di guerra. Secondo il rapporto, la produzione aurifera ufficiale è crollata drammaticamente: dalle 107 tonnellate del 2017, nel 2023 si è scesi a sole due tonnellate, secondo dati governativi. Tuttavia, questa cifra non tiene conto del contrabbando e delle attività delle miniere artigianali, largamente diffuse in tutto il Paese.

Finanziamento della guerra e alleanze internazionali

Il commercio dell’oro rappresenta un canale fondamentale per finanziare le operazioni belliche. Entrambe le fazioni, le Rsf e il Saf, che utilizzano i proventi dell’estrazione aurifera per acquistare armi, mantenere i loro eserciti e rafforzare le alleanze internazionali. Le Rsf, ad esempio, controllano numerose miniere nelle regioni occidentali del Paese, come il Darfur, e gestiscono il contrabbando verso Paesi vicini e mercati globali. Parallelamente, il Saf sfrutta le miniere che rientrano nelle sue zone di influenza per rafforzare il proprio apparato militare e attrarre partner esterni. Questa competizione economica alimenta un circolo vizioso: l’oro, invece di contribuire allo sviluppo del Paese, prolunga il conflitto e approfondisce la crisi umanitaria.

Il contrabbando: un’economia parallela fuori controllo

Il rapporto sottolinea che gran parte della produzione aurifera sudanese sfugge ai canali ufficiali. Il contrabbando dell’oro, spesso diretto verso gli Emirati Arabi Uniti e altri mercati internazionali, rappresenta una delle principali fonti di guadagno per le fazioni in guerra. Questo traffico illegale sfugge al controllo del governo e priva il Sudan di risorse vitali per la sua economia. Il fenomeno delle miniere artigianali, diffuse soprattutto nelle regioni periferiche, complica ulteriormente il quadro. Spesso gestite da civili o da milizie locali, queste miniere operano al di fuori di qualsiasi regolamentazione, contribuendo indirettamente al finanziamento del conflitto.

Le conseguenze della guerra sul settore aurifero

La guerra civile ha avuto un impatto devastante sull’industria dell’oro in Sudan. La riduzione della produzione ufficiale è solo uno dei tanti indicatori di un settore sempre più frammentato e dominato da dinamiche di conflitto. Questo crollo non ha solo implicazioni economiche. L’oro, anziché rappresentare una risorsa per lo sviluppo, è diventato un fattore di divisione e instabilità. Le comunità locali, che avrebbero potuto beneficiare dei proventi dell’estrazione, si trovano invece intrappolate in un contesto di violenza e povertà crescente.

L’appello alla comunità internazionale

Il rapporto del Sudan Transparency and Policy Tracker evidenzia la necessità di un intervento internazionale per regolare il commercio dell’oro sudanese e interrompere il flusso di finanziamenti verso le fazioni in guerra. Tra le proposte, figurano:

La tracciabilità delle esportazioni di oro sudanese.

Sanzioni contro i responsabili del contrabbando.

Il supporto a programmi di sviluppo sostenibile per le comunità locali.

Una risorsa che diventa maledizione

L’oro del Sudan, simbolo di ricchezza e prosperità, si è trasformato in una maledizione per il Paese. Finché continuerà a finanziare il conflitto, il futuro del Sudan rimarrà segnato dalla violenza e dall’instabilità. La comunità internazionale ha ora l’opportunità di agire, non solo per fermare la guerra, ma per restituire questa risorsa al popolo sudanese, come strumento di pace e sviluppo.

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