La guerra civile in Sudan continua da aprile 2023. Negli ultimi giorni, le Forze di Supporto Rapido (Rsf) hanno intensificato gli attacchi contro il campo profughi di Zamzam, uno dei più grandi del Darfur, e nelle aree circostanti, causando almeno 24 morti tra i civili e decine di feriti. Le Rsf hanno giustificato gli attacchi sostenendo che una milizia che combatteva a Al Fashir si era ritirata nel campo, e che stessero usando gli sfollati come scudi umani. Secondo quanto riportato dal quotidiano Sudan Tribune, una raffica di missili ha colpito gli sfollati, provocando morti e feriti e costringendo i sopravvissuti a fuggire. L’esercito sudanese ha reagito lanciando raid aerei nella regione. Gli attacchi delle Rsf contro il campo, che accoglie migliaia di sfollati proprio a causa del conflitto, sono iniziati il 1° dicembre, “per la prima volta dall’inizio degli scontri nello Stato del Darfur settentrionale, le Rfs hanno lanciato circa 10 missili verso il campo di Zamzam, uccidendo diversi sfollati e ferendone decine”, hanno dichiarato testimoni oculari.
Il bombardamento ha aggravato una situazione già drammatica per i residenti del campo, che soffrono la fame a causa della scarsità di aiuti umanitari e delle restrizioni imposte dalle Rsf. Ad essere colpiti sono stati luoghi come mercati e scuole e il governatore della regione, Mini Arko Minawi, ha accusato le Rsf di prendere di mira i residenti del campo di Zamzam in base all’etnia, una prassi già consolidata durante il conflitto. Le Rsf hanno attaccato anche la città di Abu Zureiga, a sud di Al-Fashir vicino il campo di Zamzam, per un totale di almeno 20 morti e 15 feriti.
Contemporaneamente, le Forze Armate Sudanesi hanno lanciato attacchi aerei sulle aree controllate dalle Rsf nel Darfur settentrionale, causando altre morti. Un portavoce delle Rsf ha accusato l’esercito di compiere un “genocidio sistematico” nel Darfur settentrionale, chiedendo all’Onu di indagare sugli attacchi aerei, sostenendo che abbiano ucciso più di 3mila civili tra ottobre e novembre.
Crisi alimentare e epidemia di colera
Le Nazioni Unite hanno lanciato l’ennesimo allarme sulla gravità della crisi nel Paese, considerata la più grave al mondo in questo momento storico per numero di sfollati e fame. L’Onu ha denunciato che più della metà della popolazione sudanese è in condizione di carenza di cibo grave. Si parla di 26,5 milioni di persone. Il Programma Alimentare Mondiale (Pam) ha inviato oltre settecento camion con aiuti alimentari in grado di sfamare la popolazione a rischio di carestia per un mese. Gli sfollati hanno raggiunto i 12 milioni, dei quali 3,2 hanno trovato rifugio nei paesi limitrofi.
Una delle conseguenze più drammatiche della condizione di crisi attuale, sono le malattie dovute a debolezza fisica e carenza di igiene. Una serie di epidemie sta infatti emergendo nel contesto di una sanità pubblica già al collasso. Il colera è la minaccia più recente, con oltre 43.000 casi e circa 1.800 decessi secondo una nota emessa dal ministero della Salute. Le aree più colpite sono Khartoum, Al Jazieah, Al Qadarif, Kassala, Gedaref e Nilo.
Le organizzazioni internazionali stanno facendo il possibile per contenere il contagio, ma condizioni estreme come l’accesso limitato a acqua potabile e la carenza di strutture sanitarie adeguate rendono il lavoro degli operatori più complicato. Il colera è infatti una malattia batterica che viene trasmessa prevalentemente attraverso acqua contaminata e causa diarrea grave e disidratazione e può essere fatale in poche ore se non trattata.
Il veto della Russia
Il 18 novembre la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che mirava a imporre un cessate il fuoco immediato in Sudan. La risoluzione, proposta dal Regno Unito e dalla Sierra Leone, aveva ottenuto il sostegno di 14 dei 15 membri del Consiglio, inclusa la Cina, ma è stata bloccata dalla Russia. La risoluzione avrebbe facilitato l’afflusso degli aiuti umanitari, agendo concretamente contro le violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani.
Mosca ha giustificato il veto accusando il testo della risoluzione di avere un approccio “postcoloniale” e di non rispettare la sovranità del Sudan. La Russia sostiene che una tregua debba essere decisa dalle parti coinvolte e non imposta dall’esterno. La decisione è stata accolta con favore dalla giunta militare sudanese, che ha interpretato il veto come un gesto di sostegno alla sua indipendenza e unità nazionale. La mossa non è stata esente da critiche internazionali. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di essere un ostacolo alla pace, sottolineando come il veto abbia negato un aiuto necessario a milioni di persone colpite dal conflitto e dalla crisi umanitaria. Alcuni hanno interpretato la posizione russa come un allineamento strategico con il governo militare sudanese.
Infatti, la Russia ha anche contestato la risoluzione per non aver citato “le legittime autorità del Sudan”, facendo riferimento alla giunta militare al potere capeggiata dal generale Abdel Fattah al Burhan, di cui Mosca è sostenitrice. Finora, la Russia si era astenuta nelle precedenti risoluzioni, ma le cose sono cambiate proprio in seguito al suo allineamento alle posizioni dell’esercito sudanese.
La risoluzione invitava inoltre la comunità internazionale a “evitare interferenze che alimentino il conflitto” e a rispettare l’embargo sulle armi. Ma mentre il mondo cercava una via d’uscita, la Russia ha contribuito a prolungare il conflitto e la conseguente escalation di violenza, probabilmente solo per tutelare i propri interessi geopolitici.

