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Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideOsint”, la newsletter di InsideOver che al giornalismo tradizionale affianca la lente dell’open source intelligence. InsideOsint è pensata come uno strumento per convalidare, oltre ogni ragionevole dubbio, un’informazione o uno scenario.

Il 15 dicembre 2024, in Sudan il bilancio delle vittime di un attacco con droni condotto dalle Rapid Support Forces (RSF) su un mercato nel quartiere Awlad Al-Reef di El Fasher ha raggiunto oltre 38 morti. Tutti civili. Questo attacco è solo uno della serie di omicidi, torture e fosse comuni che le Forze di Supporto Rapido hanno provocato in Sudan. Tutto questo avviene mentre le RSF vogliono costruire un governo parallelo con diversi alleati regionali.

Questi eventi si inseriscono in un conflitto che ha avuto inizio a metà aprile 2023, contrapponendo le RSF (Rapid Support Force) alle Sudanese Armed Forces (SAF) e che ha causato oltre 62.000 morti in due anni e lo sfollamento di più di 14 milioni di persone, alimentando una spirale di violenze che coinvolge non solo operazioni militari dirette, ma anche una crescente campagna di rappresaglie e attacchi etnici.

Negli ultimi anni il Sudan è divenuto teatro di tensioni sempre più acute, con rivalità che hanno radici profonde in conflitti storici, disparità socio-economiche e rivalità etniche.

Combattenti RSF/ANSA

Il 12 febbraio 2025, le RSF hanno condotto un attacco in numerosi villaggi dello stato del White Nile, situato a sud della capitale Khartoum. L’attacco ha provocato più di 200 morti, saccheggi e il massiccio sfollamento della popolazione locale. In queste aree, la presenza di forze militari era scarsa o assente, e i cittadini hanno subito non solo uccisioni, ma anche torture, sequestri e sono stati costretti a pagare un riscatto per ottenere il rilascio dei famigliari imprigionati.

Sia le SAF che le RSF, in tutta l’area del Sudan sono accusate di esecuzionei civili sulle cosidette liste di “sospetti collaborazionisti”. Queste liste sono, in sostanza, elenchi di civili che sono sospettati di aver aiutato l’una o l’altra parte. Questi elenchi continuano a circolare, contribuendo ad un clima di instabilità e terrore, rendendo difficile per la popolazione locale accedere a servizi essenziali e protezioni legali.

L’attacco nella regione del Darfur a El Fasher che ha causato la morte di 38 persone, è solo l’ultimo di una serie di violenze perpetrate da RSF nella zona. In El Fasher, la presenza intensificata delle RSF e il blocco della città hanno alimentato timori di massacri etnici su larga scala, come evidenziato anche dall’approfondimento di Al Jazeera.

Screenshot


In questa area, infrastrutture vitali quali ospedali, centri di accoglienza e mercati sono state ripetutamente attaccate, causando non solo gravi perdite umane, ma anche un deterioramento della già critica situazione umanitaria.

L’assedio del ZamZam refugee camp

Le conseguenze di questo conflitto si estendono ben oltre i fronti di battaglia. Milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, trasformandosi in rifugiati interni o cercando asilo nei paesi confinanti. La distruzione di infrastrutture essenziali – scuole, ospedali, centri di accoglienza – ha aggravato ulteriormente il dramma umano, lasciando intere comunità senza protezione contro la fame, le malattie e la violenza. In particolare, il caso dello Zamzam refugee camp, attaccato dai RSF nei pressi di El Fasher, è emblematico della crisi umanitaria in corso.

Veduta dall’alto dello ZamZam refugee camp, fonte: Radio Tamazuj



L’11 febbraio, la RSF sono entrate nel campo di Zamzam, che ospita 500.000 sfollati, e hanno ucciso e arrestato numerosi residenti. Due giorni dopo, il 13 febbraio, secondo i media locali, le RSF hanno attaccato di nuovo il campo uccidendo e arrestando altri civili.

Il 14 febbraio scorso anche Amnesty International ha chiesto alle RSF, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito, di fermare gli attacchi indiscriminati contro civili nel ZamZam refugee camp, uno dei campi profughi più grandi del Sudan. Come racconta AlJazeera: “Alcuni residenti del campo hanno scavato buchi nel terreno e ora vivono lì, per cercare riparo e protezione, temendo attacchi costanti”.

“Attaccare e uccidere civili in cerca di sicurezza in un campo di sfollati e incendiare il suo mercato è inconcepibile. La RSF e tutte le altre parti in conflitto devono porre immediatamente fine a tutti gli attacchi ai civili e smettere di usare le aree in cui sono presenti civili, compresi i campi per sfollati, come campi di battaglia. Devono anche consentire immediatamente il passaggio sicuro per i civili che cercano di sfuggire alla violenza”, ha detto il direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale, Tigere Chagutah

Il 25 febbraio, data la escalation di violenza di RSF, Medici Senza Frontiere, ha preso la dicisione di chiudere la sua base nel ZamZam refugee camp, lasciando 500.000 persone e centinaia di feriti in balia di loro stessi. Anche le Nazioni Unite hano confermato sul loro sito che ad oggi, accedere e portare aiuti umanitari al ZamZam refugee camp è impossibile.

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La stanza delle torture delle RSF

Come abbiamo detto, le violenze delle RSF non riguardano solo le esecuzioni, ma anche le torture pubbliche e in carcere. Sui social media, negli ultimi giorni è girato questo scatto:

Mark Townsend

Dopo alcune ricerche abbiamo scoperto che si tratta di uno scatto di Mark Townsend, fotoreporter che ha scattato questa fotografia in Sudan per il The Guardian. Nella foto si vede la cella in cui le RSF sudanesi detengono i civili arrestati.

Ma non è l’unico documento che abbiamo. Una fotografia con un angolo più ampio ci mostra tutta la crudeltà e le condizioni di tortura vissute dai civili che vengono inprigionati dalle RSF. La fotografia è sempre di Mark Townsend.

GenocideWatch, un’organizzazione che si occupa di documentare con modalità open source i conflitti internazionali, ha denominato queste fotografie “le stanze della tortura”.

Mark Townsend

Un’indagine del The Guardian e di Mark Townsend ha rivelato particolari inquietanti su queste stanze delle torture nei pressi di Khathotum. Scrive genocidewatch, citando il The Guardian: “L’edificio ospitava un apparente centro di tortura sotto il comando delle forze di supporto rapido paramilitari (RSF). Sul pavimento del centro di detenzione, in un quaderno formato A3 trovato dal Guardian ogni pagina, accuratamente scritta con una penna a sfera, sono elencati 34 nomi in arabo. Alcuni sono stati cancellati. Chiunque fossero i detenuti, hanno sofferto”

Dall’indagine del The Guardian sappiamo che i detenuti sono stati picchiati e la loro vita era racchiusa nelle camere che vedete in alto. I sopravvissuti hanno detto di essere stati così tanti nelle celle che potevano solo sedersi con le ginocchia sotto il mento senza mai muoversi. “Un angolo della stanza fungeva da toilette. Quando il Guardian l’ha visita, ormai vuota, l’aria era densa di mosche; la puzza insopportabile. Sulle pareti c’erano graffiti con scritto: “pietà”.

Su queste pagine abbiamo imparato a conoscere le metodologie di ricerca Osint. Sappiamo, quindi che i satelliti sono preziosi nell’evidenziare crimini di guerra. The Guardian ad asempio ha scoperto che alcune fosse comuni piene di civili, in Sudan, sono di fianco al centro di addestramento RSF e a poche centinaia di metri dai centri di detenzione che abbiamo visto in alto. Queste fosse comuni sfuggono a qualsiasi conteggio ufficiali. Nessuno conosce i nomi dei civili uccisi e sepoliti in queste fosse comuni e nessuno conosce, ad oggi, il reale bilancio dei morti in Sudan.

Il quadro complessivo del conflitto sudanese evidenzia come la responsabilità non ricada esclusivamente sui comandanti militari o sui gruppi paramilitari, ma anche sulla comunità internazionale, chiamata a intervenire in modo incisivo.

Organismi come l’ONU, USA, EU e l’Unione Africana potrebbero rappresentare un’opportunità per intensificare la pressione diplomatica, quindi le sanzioni atte a cercare una soluzione negoziata. Tuttavia, senza un concreto impegno a proteggere i civili e a far rispettare il diritto internazionale umanitario, il rischio è che la violenza si intensifichi ulteriormente, trascinando il Sudan in una spirale di vendette e rappresaglie da cui nessuna parte potrà uscire viva.

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