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In un report della settimana scorsa, il Panel di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Sud Sudan, ha duramente criticato le scelte di Salva Kiir Mayaddit, Riek Machar e degli Stati mediatori nel processo di pace. Il documento elenca le negligenze che hanno determinato la posticipazione del governo di transizione di 100 giorni, dal 12 Novembre a metà Febbraio. Ancora una volta, lotte di potere interne, equilibri regionali e contrabbando, sembrano sconfiggere nel più giovane Stato del mondo, piombato in una sanguinosa guerra civile dal 2013.

I reclutamenti di Kiir e i contrabbandi di Machar

Salva Kiir, primo e unico presidente del Sud Sudan, è a capo delle SSPDF (South Sudan People Democratic Forces), una delle tante milizie armate che dovrebbero convogliare nell’esercito regolare, strumento indispensabile per l’avvio di un governo d’intesa nazionale. L’obiettivo è di creare un apparato di sicurezza con 83mila uomini. A oggi sono state regolarmente registrate solo 7474 unità, a fronte di circa 32mila miliziani dell’opposizione. È evidente che il sistema d’inquadramento delle forze armate ha delle gravi falle, che Kiir sta colmando autonomamente facendo leva sulla propria appartenenza etnica, esacerbando il conflitto fra i Dinka, di cui è esponente, e i Nuer. La narrativa proposta da Kiir è che i Dinka, oggi alla guida delle più alte cariche dello Stato, debbano rafforzare il proprio apparato difensivo. Nell’ultimo anno, volontariamente o con l’uso della forza, si sono arruolate nelle fila del South Sudan National Service circa 10mila tra uomini e bambini, quasi tutti provenienti dallo stato del Warrap. Queste unità andranno a incrementare il personale esercito di Kiir, che nonostante le promesse, continua a sfruttare la propria posizione privilegiata.
Riek Machar, il principale oppositore, guida il gruppo armato dell’SPLM/A – IO (Sudan People’s Liberation Movement-Army in Opposition). Già vicepresidente del Sud Sudan dal 2011 al 2013, Machar è di etnia Nuer e contrasta, militarmente e politicamente, le forze governative, reclamando maggiore spazio nel futuro governo. L’SPLM/A, come gli altri gruppi armati, si autofinanzia tramite il contrabbando di legname, oro e petrolio. Teak e mogano sono le due tipologie di legno maggiormente esportate e, in maniera del tutto illecita, tassate. Uno dei generali, Moses Lokujo, è stato direttamente coinvolto nella tassazione del legname, diretto verso la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, evidentemente non così neutrale come imporrebbe il suo ruolo di mediatore.

Mediazione interessata

Il Panel del consiglio di sicurezza evidenzia che lo slittamento a metà Febbraio è frutto delle politiche degli attori interni, quanto di quelli esterni. La guerra  civile del Sud Sudan è uno degli scogli più complessi da superare per l’IGAD (Intergovernamental Authority for Development), l’organismo sovranazionale composto dagli Stati del Corno d’Africa allargato. Nonostante gli sforzi fatti, l’obiettivo sembra sempre più lontano. Dopo un’iniziale fase di notevole impegno, anche a causa dei forti dissidi interni, l’Etiopia ha perso vigore e incisività nella sua azione diplomatica. Il Kenya ha relazioni dubbie con alcuni personaggi chiave nella guerra civile, come il generale Malek Reuben Riak Rengu, sottoposto a sanzioni ONU ma possessore di un conto bancario proprio in Kenya. Inoltre, sono numerose le violazioni dei divieti di viaggio che hanno come destinazione Nairobi e dintorni.
L’Uganda, che a Entebbe lo scorso 7 novembre ha ospitato un’incontro tra Kiir e Machar, va anche oltre. Viola l’embargo del Consiglio di Sicurezza schierando truppe nello Yei River State, proprio al confine tra Uganda e Sud Sudan, area di transito dei traffici illeciti.
In questo già complesso scacchiere, va aggiunto il Sudan. Recentemente Mohamed Hamdan  Dagolo, meglio conosciuto come Hemeti, ha presieduto un incontro tra le parti in causa. In Sudan Hemeti, già membro dei janjaweed (il braccio armato del genocidio in Darfur), oggi è a capo delle Rapid Support Forces, con cui controlla il contrabbando dell’oro dall’Africa Orientale verso i paesi del Golfo, per reinvestire i proventi nell’ampliamento della sua stessa milizia. Il suo inserimento nel processo di pacificazione del Sud Sudan dovrebbe destare non poche domande.

Player locali e regionali colpevoli, direttamente o indirettamente, di costanti e ripetute violazioni dei diritti umani, il cui elenco pare non avere fine. Le Nazioni Unite, con la loro missione in loco, UNMISS, raccolgono continuamente testimonianze di bambini arruolati e addestrati per diventare soldati, arresti arbitrari, violenze sui civili, violenze sessuali, stupri. Violazioni che non caratterizzano un singolo gruppo, ma sono trasversali a tutte le milizie che vi ricorrono come vere e proprie tecniche di guerra. Il reiterato errore di basare il processo di stabilizzazione su incontri personali, e non su un dialogo politico di ampio respiro, ha creato uno stallo da cui nessuno ha né l’interesse, né la volontà di uscire.