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Ci sono momenti in cui la miglior diplomazia è la chiarezza. E Guido Crosetto ha parlato chiaro dopo l’attacco inaudito di Israele contro due basi e il quartier generale della missione Unifil in Libano, guidata da Roma. Spiegando in conferenza stampa i tre punti fondamentali della reazione di Roma all’attacco dell’Israel Defense Force alla missione Onu, il ministro della Difesa ha segnato dei punti chiari: innanzitutto, Crosetto ritiene che l’attacco “non è stato un incidente”; in secondo luogo, Roma intende ribadire il fatto che l’attacco di Tel Aviv è contro la comunità internazionale dato che Crosetto, convocando il rappresentante israeliano a Roma Jonathan Peled, ha ribadito “all’ambasciatore di riferire al suo Governo che le Nazioni Unite e l’Italia non possono prendere ordini da Israele”. Infine, il politico di Fratelli d’Italia ha ricordato che la mossa dell’Idf è potenzialmente classificabile come “crimine di guerra“, esplicitando un atto d’accusa senza precedenti verso Israele da parte di un Paese di punta dell’Unione Europea e della Nato, presidente di turno del G7.

Parlar chiaro per ben farsi intendere: l’Italia, da tempo, ha una posizione precisa sul conflitto mediorientale e mai è stata sospettabile di pregiudizio anti-israeliano. Ma ha anche una posizione geopolitica e strategica che è necessario tenere e che in Libano si sovrappone con il ruolo centrale di Roma nella missione internazionale che ha a lungo comandata e che oggi è messa a repentaglio dalle azioni israeliane contro Hezbollah e dall’invasione del Paese dei Cedri. Crosetto non poteva non fissare delle linee rosse, quelle stesse linee rosse che servono per far capire all’esecutivo di Benjamin Netanyahu che il Libano e il Medio Oriente non possono essere un Far West dove il pistolero capace di sparare meglio, più lontano e con più precisione debba sentirsi titolato a premere il grilletto.

L’Idf, secondo le ricostruzioni, avrebbe chiesto all’Unifil di spostarsi a Nord di 5 km per aver mano libera nelle sue operazioni contro Hezbollah nel Sud del Libano. Un diktat che avrebbe di fatto portato al decadimento del ruolo neutrale di Unfil e che risultava di per sé inaccettabile. I colpi israeliani, giunti come reazione, sono da Crosetto collegati al rifiuto di Unfil e dell’Italia di accettare le richieste di Tel Aviv. Per le cui operazioni la presenza di Unifil e l’applicazione della Risoluzione Onu del 2006, violata da Israele attaccando il Libano, sono un problema in quanto potere frenante e condizionante.

Dal punto di vista del ministro e del governo Meloni, fissare le condizioni irrinunciabili per l’Italia equivaleva a rendere fattivo il ruolo del Paese nel Levante. Come scrivevamo, a Roma serve ricordare la capacità di agire nel conflitto mediorientale come forza di pace e stabilità. E per farlo serve dare credibilità agli strumenti di proiezione, come la difesa della capacità operativa dei 1.256 uomini (su 10mila complessivi) che Roma schiera in Unifil.

La volontà di non mostrarsi subalterni e di reagire, anticipando con prese di posizione chiare ulteriori scontri, richiama a un precedente storico noto agli italiani, la del 1985. Tra il 10 e l’11 ottobre si consumò, quell’anno, una crisi diplomatica tra il governo italiano di Bettino Craxi e la presidenza Usa di Ronald Reagan circa il destino di un gruppo di terroristi palestinesi che aveva sequestrato il traghetto “Achille Lauro” assassinando il cittadino statunitense Leon Klinghoffer.

Il Boeing 737 che trasportava in Egitto i militanti, dopo una trattativa per liberare i passeggeri della nave, fu intercettato dalle forze aeree Usa e costretto all’atterraggio nella base siciliana di Sigonella dove si consumò il famoso “stallo” tra la Delta Force e i Carabinieri, con Craxi che ricordò a Reagan le prerogative della sovranità del suolo italiano e il dovere di passare dall’Italia prima di prendere qualsiasi decisione circa l’arresto dei sospettati. Ebbene, la reazione d’orgoglio di Sigonella alzò, e non ridusse, il peso negoziale di Craxi agli occhi di Reagan, che ritenne il premier italiano un interlocutore politico importante nei caldi Anni Ottanta di fine Guerra Fredda. La “Sigonella israeliana” di Crosetto servirà a far capire a Netanyahu che l’attenzione diplomatica non equivale alla subalternità alle mosse di Israele? Le speranze sono poche, ma il messaggio è chiaro: Israele non può pensare di aver mano libera in Libano. Troppi interessi rendono mosse azzardate potenzialmente catastrofiche.

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