Che le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Giappone non fossero più rosee come in passato era già apparso evidente alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali, tra l’imbarazzante distanza tra Tokyo e Washington nella ricostruzione dell’incidente che poche settimane fa coinvolse due petroliere al largo dello Stretto di Hormuz e la volontà di Washington di uscire dal Trattato di difesa militare stretto tra i due Paesi nel 1951. Presto potrebbe arrivare un nuovo elemento di frizione, almeno stando a quanto riportato dal quotidiano giapponese Asahi. Gli americani, infatti, potrebbero presto chiedere al Giappone di far parte di una coalizione militare da schierare proprio nello Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza in un’area a dir poco incandescente.

Un esercito spuntato

Il Giappone sarebbe già a lavoro per capire come rispondere all’eventuale chiamata statunitense. Per Tokyo sarebbe a dir poco complicato giustificare la partecipazione a una simile azione, in quanto la richiesta americana farebbe sì che Tokyo utilizzasse le Forze di autodifesa giapponesi per un’operazione al di fuori dei confini nazionali e sarebbe un’evidente violazione del citato Trattato di difesa e di altre clausole derivanti dalla sconfitta nipponica nella Seconda Guerra Mondiale. Da allora il Giappone ha accettato una costituzione pacifista che proibisce al Paese di avere forze militari di ogni tipo. Con il passare degli anni Tokyo ha provato a forzare la mano e, qualora gli Stati Uniti decidessero davvero di rivedere il Trattato, allora Abe Shinzo potrebbe davvero riconsiderare l’esercito in altri termini. Ma fino ad allora il Giappone ha le mani legate.

Verso una coalizione militare globale

Certo, Tokyo ha un proprio esercito ma non può impiegarlo in operazioni militari. Tokyo ha anche una base militare nel Gibuti, ma l’insediamento è ufficialmente utilizzato come hub logistico e strategico, oltre che per garantire la sicurezza nel Corno d’Africa. Tokyo faticherebbe invece a giustificare la presenza delle milizie giapponesi nella coalizione militare predisposta da Donald Trump. Lo scorso 9 luglio il capo dello stato maggiore congiunto Usa, Joseph Dunford, avrebbe già formulato una prima proposta a riguardo, segno che presto potrebbero arrivare nuove direttive. A questo episodio bisogna poi aggiungere le ripetute sollecitazioni del presidente americano indirizzate a Cina e Giappone nel difendere autonomamente le rispettive petroliere transitanti lo Stretto di Hormuz. Il messaggio di Trump è chiaro: gli Stati Uniti cesseranno di fornire protezione indiscriminata in quell’area situata tra l’Iran e la penisola araba.

L’importanza dello Stretto di Hormuz

Il tweet di Trump all’indirizzo dei Paesi dipendenti dallo Stretto per l’approvvigionamento di petrolio è chiarissimo; essendo quella una rotta pericolosa, da ora in poi chiunque intenda passare per quelle acque sarà responsabile della sicurezza delle proprie petroliere. Perché gli Stati Uniti hanno fatto questa mossa? Per un motivo molto semplice. Washington ha sempre meno bisogno di attraversare lo Stretto di Hormuz dal momento che “gli Usa sono divenuti di gran lunga i maggiori produttori di energia a livello mondiale”, Trump dixit. La ragione è dunque puramente affaristica: perché mai gli Stati Uniti dovrebbero proteggere le rotte del trasporto marittimo usate per lo più da altri paesi, senza ricevere alcuna compensazione? Molto più conveniente, semmai, istituire una coalizione globale estesa agli Stati del Golfo, Europa e Asia per pattugliare l’area in chiave anti Iran. Il Giappone, che utilizza eccome lo Stretto di Hormuz, si troverà presto davanti a un bivio. E scegliere cosa fare sarà davvero complicato.