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Energia

Stretto di Hormuz, così gli assicuratori diventano attori geopolitici

Trump lancia una riassicurazione marittima da 20 miliardi per lo Stretto di Hormuz, bloccato "de facto" dallo scoppio del conflitto. Gli USA vogliono evitare che la crisi energetica matta in crisi l'Asia destabilizzando lo scacchiere geopolitico globale.

L’interesse della Casa Bianca nel garantire il flusso di petrolio e gas attraverso Hormuz, specialmente verso l’Asia, svela una criticità del precario equilibrio mondiale: esportare la crisi energetica a casa di potenze finora relativamente passive nel conflitto potrebbe ritorcersi contro agli Stati Uniti, facendo saltare lo scacchiere internazionale.

Le grandi compagnie di assicurazioni mondiali stanno giocando un ruolo chiave nel blocco “de facto” dello Stretto di Hormuz. Ufficialmente lo Stretto non è chiuso, ma dallo scoppio del conflitto la circolazione è prossima allo zero.

Nelle ore successive all’apertura delle ostilità tra la coalizione USA-Israele e l’Iran, i principali assicuratori del settore marittimo come Gard, Marsh, Skuld, NorthStandard, London P&I Club e American Club hanno sospeso le coperture per il “rischio di guerra” sulle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Nessuna garanzia, senza prima rinegoziare il contratto.

Il meccanismo è tecnico ma le conseguenze sono concrete. Le polizze standard per il trasporto marittimo escludono i danni causati da eventi bellici: quando il rischio di guerra smette di essere ipotetico e diventa operativo, gli assicuratori attivano clausole specifiche.

Si stima che i premi siano raddoppiati. Il tasso applicato al valore della nave è quadruplicato, dallo 0,25% all’1%. Per un carico da 100 milioni di dollari significa passare da 250.000 a un milione di dollari di premio assicurativo. Per le compagnie che movimentano decine di navi al mese, si tratta di un impatto immediato sui margini operativi. Il risultato? Una ragione in più per ancorare le navi sul posto e non correre rischi.

Trump interviene con un fondo da 20 miliardi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha richiesto alla United States International Development Finance Corporation di fornire garanzie alle navi che si trovano a dover attraversare il Golfo. L’annuncio è come sempre sul social Truth, con un post che menziona “prezzi molto ragionevoli” per “assicurazioni contro i rischi politici” e “sicurezza finanziaria” per tutto il commercio marittimo.

Il 6 marzo la notizia ufficiale. Il CEO della U.S. International Development Finance Corporation (DFC), Ben Black, e il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, annunciano la “Maritime Reinsurance” – Riassicurazione Marittima – che include il rischio di guerra per la regione del Golfo. Le risorse messe in campo sono pari a 20 miliardi di dollari, volte a coprire le perdite. La misura introdotta si applicherà esclusivamente alle imbarcazioni che soddisfano i criteri stabiliti (ancora da rendere pubblici, ndr) e si concentrerà inizialmente su scafi, macchinari e merci. La garanzia pubblica sarà “America First”: sono stati coinvolti “partner assicurativi americani di riferimento”.

«Lavorando fianco a fianco con il CENTCOM, la copertura della DFC offrirà un livello di sicurezza che nessun’altra polizza può garantire», ha dichiarato Black. «Siamo certi che il nostro piano di riassicurazione consentirà a petrolio, benzina, [gas naturale liquefatto], carburante per aerei e fertilizzanti di transitare attraverso lo Stretto di Hormuz e di tornare a fluire verso il resto del mondo.»

OK all’export di petrolio russo all’India

Uno dei paesi chiave per domanda di energia? L’India. Il patto commerciale tra Stati Uniti e India prevedeva infatti lo stop totale all’acquisto di petrolio russo. Giovedì 5 marzo il Segretario del Tesoro USA, Scott Bessent, ha annunciato una sospensione di 30 giorni a questo divieto, permettendo così all’India di importare petrolio russo presente nel mare per “permetterne l’ingresso nel mercato globale”.

Una scelta legata alle necessità del paese più popoloso al mondo, che si è trovata di colpo impossibilitata ad importare risorse dal Golfo. Un taglio netto che ha costretto Narendra Modi a cercare fonti alternative, ovvero proprio la Russia. Come ricostruito anche dal New York Times, nonostante lo stop al gas di Mosca accordato con gli USA, l’India non aveva ancora cessato le importazioni (erano ancora in consegna ordini precedenti allo stop). I rapporti commerciali, insomma, non si sono mai interrotti del tutto e i canali sono aperti: anche a livello assicurativo i contatti con la Russia sono pronti. Continuità energetica, con spostamento dell’equilibrio verso Mosca.

Quale chiave di lettura?

Se l’Occidente è esposto al blocco dello Stretto di Hormuz come shock energetico sul piano dei prezzi, l’Oriente è invece in allarme per la materiale fornitura di energia. Come già analizzato su queste pagine circa metà della fornitura della Cina dipende dal Golfo, mentre per Taiwan, Corea del Sud e Thailandia la quota sfiora i due terzi e diventa quasi integrale in Giappone, Filippine e Vietnam. Gli Stati Uniti intervengono così sul piano finanziario e assicurativo per porre le prime timide condizioni di una normalizzazione al momento apparentemente lontana, con un interesse: evitare che l’Asia venga colpita in maniera estrema dalla crisi del Golfo, rendendo più oneroso il restare passivi nel conflitto rispetto all’intervento o l’opposizione attiva alle azioni di Washington. La stabilità dell’economia orientale, con alcuni paesi fortemente strategici a livello tecnologico e produttivo, è decisiva per l’equilibrio dello scacchiere USA in questo conflitto.

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