Da una parte i Paesi baltici, la Polonia e l’Ucraina. Dall’altra parte Taiwan e le vie d’acqua intorno all’isola. Ai confini delle sfere di influenza di Cina, Russia e blocco euro-americano si accendono nuove e antiche crisi: epicentri su faglie che da tempo dividono il mondo e che rischiano di provocare terremoti di magnitudo di varie grandezze.
Se pensiamo a queste crisi non come a singoli episodi, ma come fenomeni legati da un filo rosso di contrapposizione e tensione mondiale, possiamo però trovare diversi punti di contatto. Uno tra tutti il fatto che queste crisi alle porte di Oriente e Occidente (a seconda dei punti di vista) segnalano le capacità e le modalità di reazione dei blocchi di fronte a un evento bellico.
La capacità di reazione è un elemento essenziale nella comprensione di un nemico e nella costruzione di uno scenario. Solo sapendo prima i mezzi con cui l’avversario agisce in conseguenza di un determinato fattore si possono realizzare scenari sempre più precisi e decidere le prossime mosse da mettere in campo. E sotto questo profilo, Taiwan e l’Europa orientale rappresentano elementi fondamentali da parte di tutti gli schieramenti per capire come l’altro risponde alle crisi scatenate dall’avversario.
I problemi Ue al confine orientale
Nel Vecchio Continente, la “guerra ibrida” segnalata dalla Polonia, dall’Ue e dalla Nato ha evidenziato per esempio le lacune della reazione unitaria europea di fronte a una crisi sostanzialmente limitata e di carattere quasi essenzialmente umanitario. Poche centinaia di persone ammassate ai confini polacchi e poi balitici hanno portato una reazione scomposta da parte dei governi europei, che si sono trovati non solo impreparati ma anche divisi su come applicare le regole Ue e rispondere a quanto avveniva in Bielorussia. Bruxelles ha dovuto addirittura sdoganare il tema-tabù dei muri anti-migranti, smentendo una narrativa pro accoglienza sbandierata dai piani alti dell’Ue come un elemento imprescindibile per far parte del consesso europeo.
E la Polonia, spina nel fianco comunitario sul tema dei diritti, è passata in poco tempo da nemica interna a baluardo contro la presunta invasione. La Russia, dal canto suo, ha reagito alle controffensive atlantiche ed europee schierando diversi battaglioni di forze armate ai confini con la Bielorussia e l’Ucraina, facendo addirittura parlare, specie Oltreoceano e a Kiev, di una potenziale invasione del territorio ucraino da parte delle truppe di Mosca. Ipotesi che il Cremlino ha poi chiaramente smentito nei fatti, ma tanto è bastato per accendere una reazione a catena arrivata fino alla potenziale invasione dello Stato ucraino.
L’escalation nel Pacifico
Sul fronte indo-pacifico, Taiwan è un altro simbolo di come l’Occidente e la Cina reagiscono di fronte a una crisi che è tutto sommato nota e “standardizzata”. Le forze della Repubblica popolare hanno iniziato un continuo sorvolo dei caccia all’interno dell’area di identificazione di Taipei. Le navi della flotta cinese si muovono negli stretti disputati, mentre la flotta statunitense, insieme a quelle degli alleati regionali, si esercita costantemente a largo del Mar Cinese Meridionale e Orientale. Le tensioni sono cresciute sia a livello politico che militare. E Joe Biden e Xi Jinping, mentre hanno provato a ripristinare l’immagine di canali di dialogo più serrati, allo stesso tempo hanno inviato segnali contrastanti che hanno portato a tensioni sempre più crescenti.
Una escalation che ha confermato come Pechino non abbia alcuna intenzione di cedere sul fronte taiwanese, ma che ha anche ribadito le difficoltà dell’Occidente nel prendere una posizione dura e immediata in favore dell’isola. In caso di conflitto, gli Stati Uniti si troverebbero in dovere di intervenire, ma allo stesso tempo hanno compreso le difficoltà di fare tuto da soli. Da tempo Washington chiede e promuove un maggiore coinvolgimento militare europeo e un rafforzamento dei partner locali (Aukus insegna), ma il timore del Pentagono è che queste prove di forza cinese siano il preludio all’incapacità di reazione degli Stati Uniti di fronte a un attacco pianificato e su larga scala. Garanzie, in questo senso, ancora non arrivano. E l’Occidente sembra muoversi in ordine sparso nonostante le prese di posizioni molto nette realizzate e richieste da parte di Biden.