Siria, l’allarme del vescovo di Latakia

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A due giorni dai tragici attacchi dell’Isis a Jableh e Tartus, il bilancio delle vittime si aggrava. È salito a 184 il numero delle persone morte a seguito delle nove esplosioni che, nella giornata di lunedì, hanno scosso le due roccaforti governative sulla costa siriana. A fornire il bilancio aggiornato della strage compiuta dagli uomini dell’Isis è l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, attraverso la propria pagina Facebook. Tra i morti ci sono anche otto donne, una madre con i suoi quattro figli, dieci operai di una compagnia elettrica e dodici tra medici e personale sanitario. I feriti sono più di duecento, molti dei quali sono arrivati negli ospedali locali in condizioni gravissime. Particolare, questo, che lascia intendere che il bilancio delle vittime è destinato a salire.L’attacco degli uomini bomba del Califfato non ha avuto una grande eco in Occidente, a parte la dura condanna dell’attacco espressa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma in Siria, la doppia strage compiuta in due delle città considerate tra le più sicure del Paese, ha avuto un impatto enorme sulla popolazione. Tra le possibili conseguenze della strage, infatti, potrebbe esserci anche un nuovo esodo di rifugiati siriani e di fedeli cristiani da questa zona. Molti sfollati, infatti, avevano scelto di trasferirsi proprio nella provincia di Latakia, in città come Jableh, e nel governatorato di Tartus, proprio per evitare di lasciare il Paese.”La nostra regione è controllata dal governo ed è stata quasi del tutto risparmiata da questi cinque anni di guerra, ora che neanche qui si sentono protetti, altri cristiani se ne andranno», ha dichiarato, a conferma di ciò, alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, il vescovo maronita di Latakia, monsignor Antoine Chbeir, «mai in quest’area si erano verificati attacchi simili, ed ora temo che molti cristiani rifugiatisi qui vorranno lasciare il paese».Monsignor Chbeir racconta, inoltre, della situazione nelle due città colpite, che fanno parte della sua diocesi. Le operazioni di assistenza umanitaria verso le persone ferite e i familiari delle persone che hanno perso la vita nelle esplosioni, inoltre, sono rese ancora più difficili dalla grave situazione economica in cui versa il Paese, dopo cinque anni di guerra.«Stiamo cercando di aiutare il più possibile i feriti e i familiari delle vittime, ma le necessità superano le nostre possibilità: la situazione è davvero drammatica», ha spiegato il presule ad Aiuto alla Chiesa che Soffre. “Il governo non ha i mezzi per fornire cibo e beni di prima necessità agli sfollati e alle altre famiglie che ne hanno bisogno”, ha detto il vescovo che ha poi fortemente condannato l’azione dello Stato Islamico.“Sono dei barbari, e ciò che è peggio è che compiono queste atrocità in nome di Dio: è in nome di Dio che stanno uccidendo migliaia di innocenti ovunque”, ha affermato monsignor Chbeir.Oggi, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa siriana Sana, anche i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno espresso, la propria preoccupazione sull’impatto negativo che atti come quelli compiuti dall’Isis e da altre organizzazioni jihadiste come al Nusra, avranno sulla stabilità della Siria e dell’intera regione mediorientale, sia dal punto di vista della sicurezza, sia dal lato umanitario.Anche l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani ha espresso la sua più severa condanna per gli attentati dell’Isis a Jableh e Tartus, apostrofandoli come crimini di guerra, i cui responsabili dovranno essere processati alla Corte Penale Internazionale. “La scelta dell’orario e del luogo”, ha precisato, infatti, l’Unhcr, “è stata studiata per ottenere, deliberatamente, il maggior numero di vittime civili”.