Strage a Gaza, Israele attacca e seppellisce la tregua: 350 morti nei raid

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Collassa violentemente la tregua nella Striscia di Gaza due mesi dopo la firma dell’accordo sulla fine temporanea dei combattimenti tra Israele e Hamas. Nella notte l’Israel Defense Force (Idf) ha compiuto violenti bombardamenti su Gaza uccidendo, secondo i dati disponibili alle 6:30 ora italiana, oltre 250 persone in un computo destinato presumibilmente a salire.

In particolare, oltre cento persone sarebbero state uccise negli attacchi nel Sud della Striscia, orientati a colpire Mahmoud Abu Watfa, viceministro dell’Interno di Gaza e alto ufficiale di Hamas, in cui però decine di civili sono rimasti uccisi. A ordinare l’attacco il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz, che ha sottolineato in un comunicato che “le porte dell’inferno si apriranno a Gaza” se Hamas non rilascerà, senza condizioni, i 59 ostaggi ancora prigionieri nella Striscia. Dimostrando, dunque, quanto fosse strumentale l’atteggiamento di Tel Aviv sul negoziato per una Fase 2 del cessate il fuoco che non c’è mai stato e ora si teme possa semplicemente esser stata tolta dal tavolo.

Idf ha attaccato con caccia F-16 e F-35 e artiglieria nei raid più pesanti realizzati in questo 2025. In questa operazione Netanyahu e i vertici dell’Idf intendono vedere la prima parte di un’operazione più estesa che dovrebbe contribuire a rafforzare la posizione di Tel Aviv, anche a costo di venire meno agli accordi faticosamente mediati da Egitto e Qatar, con la sponda statunitense, a gennaio. “Hamas ha insistito per attenersi ai termini originali dell’accordo, che avrebbe dovuto entrare nella sua seconda fase all’inizio del mese”, nota il Times of Israel, sottolineando che “quella fase prevedeva che Israele si ritirasse completamente da Gaza e accettasse di porre fine definitivamente alla guerra in cambio del rilascio degli ostaggi ancora in vita”. La testata dello Stato Ebraico nota che “mentre Israele ha firmato quei termini a gennaio, Netanyahu ha a lungo insistito sul fatto che Israele non porrà fine alla guerra finché le capacità di governo e militari di Hamas non saranno state distrutte”.

Il mediatore Usa Steve Witkoff ha provato a fare da pontiere per una proposta temporanea che Hamas ha, in parte, accettato prevedente la graduale liberazione degli ostaggi. Gli islamisti di Gaza hanno però chiesto garanzie di sicurezza sul ritiro dell’Idf che non sono state accordate. E, purtroppo, la sensazione è che Israele non aspettasse altro che di riprendere massicciamente l’operazione militare nella Striscia.

Da Washington, il presidente Usa Donald Trump ha abbandonato la cautela dei giorni scorsi e ha offerto totale copertura all’operazione israeliana. “Hamas avrebbe potuto rilasciare gli ostaggi per estendere il cessate il fuoco, ma invece ha scelto il rifiuto e la guerra”, ha dichiarato al Times of Israel il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Brian Hughes. Trump ha rifiutato il piano arabo di mediazione per la fine della guerra, ha steso tappeti rossi a Netanyahu a Washington, minando la capacità americana di essere un mediatore credibile e gli sforzi di Witkoff, e da ultimo ha fornito copertura a Tel Aviv ordinando sabato gli attacchi in Yemen contro gli Houthi dopo che questi ultimi avevano dichiarato che avrebbero iniziato i raid contro le navi cargo nel Mar Rosso se Israele avesse continuato a bloccare il traffico navale nel Mar Rosso.

Ora, Washington appoggia Tel Aviv in una guerra che ricomincia con la scusa degli ostaggi ancora prigionieri nella Striscia ma che rischia di metterli a rischio, tanto che Noa Argamani, una degli ostaggi liberati da Hamas nei mesi scorsi, ha pubblicato una simbolica emoticon col cuore spezzato sul suo profilo X. A testimonianza della consapevolezza crescente nella società israeliana sul fatto che la campagna di Netanyahu non è per la salvezza dei prigionieri. Ma per il consolidamento di un governo che ormai ha nella guerra senza limiti la sua ragion d’essere. E gode di una copertura illimitata, al netto delle differenze retoriche, dell’alleato americano. Intanto, l’ex ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, uscito dal governo Netanyahu a gennaio dopo la firma del cessate il fuoco, ha elogiato il primo ministro: “Israele deve tornare a combattere a Gaza. Questo è il passo giusto, morale, etico e più giustificato, per distruggere l’organizzazione terroristica di Hamas e riportare indietro i nostri ostaggi”. Strano concetto di giustizia e etica quello dei nazionalisti israeliani. Ma queste dichiarazioni sono forse l’ultima cosa che dovrebbe stupirci.