StopAntisemitism, l’account che ti mette alla gogna se critichi le stragi di Israele

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Guerra /

Quando A.J. ha scelto la settimana scorsa di fissare, sull’uniforme di Delta Airlines, una spilla con i colori della Palestina, probabilmente sapeva che avrebbe fatto storcere il naso a qualche passeggero. Non è detto però che il ragazzo immaginasse che a un certo punto il suo telefono avrebbe iniziato a squillare all’impazzata, poiché un’organizzazione dedicata a distruggere la reputazione dei critici di Israele avrebbe postato su X una foto di lui durante il servizio, etichettandolo come «antisemita» e scatenandogli addosso torme di indemoniati. Tutto per quella spilla.

Il post, diventato immediatamente virale, con migliaia di condivisioni e milioni di visualizzazioni, è farina del sacco di StopAntisemitism, un account con oltre 300mila follower, finanziato da milionari vicini al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una lobby ben oliata, con agganci politici di rilievo, che ha ritenuto opportuno esporre alla gogna pubblica A.J. per aver espresso solidarietà a Gaza. Così come successo in innumerevoli altri casi simili, StopAntisemitism non si è limitato allo sfottò, ma ha esposto i dati personali di A.J. – l’orario di lavoro, il suo account Instagram – per farlo raggiungere prima da sciami di troll, e poi possibilmente da una lettera di licenziamento.

Non ha funzionato: A.J. lavora ancora per Delta, fa sapere lui dal suo profilo Instagram. E la compagnia aerea statunitense ha dovuto anche chiedere scusa pubblicamente, per un altro post su X in cui dava ragione a un cliente che associava quella spilla ad Hamas, e diceva di sentirsi «terrorizzato» alla sua presenza. Una piccola retromarcia, in un contesto online caratterizzato dalla frequente censura delle idee filo-palestinesi e dalla prepotenza dei gruppi di pressione filoisraeliani, che – d’altra parte, anzi forse è proprio questa la ragione della prepotenza – stanno perdendo la battaglia per il racconto della guerra.

Negli ultimi anni, va detto, anche l’attivismo politico che si definisce progressista si è spesso servito delle piattaforme social per fare del male ai nemici più odiati. Basti pensare agli utenti che hanno segnalato poliziotti violenti, o comportamenti razzisti sui treni. Nonostante i tentativi di alcuni osservatori dello spazio pubblico di associare la cancel culture a una parte politica precisa, sulla base per lo più di antipatie ideologiche e frenesie classificatorie, la tattica di ricoprire sui social di cacca le persone sgradite per farle cancellare si è dimostrata rigorosamente bipartisan.

Con la guerra di Gaza, una delle più divisive che la memoria ricordi, è avvenuto un vero salto di qualità, che ha coinvolto innumerevoli persone senza reale potere. Nella galassia di gruppi che hanno investito risorse nell’identificazione dei filo-palestinesi, StopAntisemitism è uno degli account più violenti emersi di recente, con pratiche che non è esagerato definire terroristiche. Nato nel 2018 formalmente in «risposta alla crescente violenza antisemita», dopo il 7 ottobre scorso il gruppo ha intensificato la sua attività su X dall’inizio della guerra, fornendo al suo pubblico non solo la possibilità di umiliare innegabili antisemiti e anti-sionisti radicali, ma anche e soprattutto attivisti dalle idee «sbagliate».

Se nel mirino di StopAntisemitism ci sono star come Bella Hadid, Dua Lipa o John Cusack, colpevoli di aver definito «genocidio» la mattanza di Gaza, a perdere per davvero il lavoro sono state, riporta il Washington Post, dozzine di persone senza ruoli pubblici: piccoli responsabili marketing che nelle prime ore del 7 ottobre hanno definito «resistenza» quella di Hamas, dipendenti Apple di origine araba che hanno pubblicato conteggi dei morti palestinesi accompagnati da immagini cruente, oppure ragazzini identificati erroneamente come simpatizzanti di Hamas solo per aver partecipato agli accampamenti pacifisti dei campus.

Fin dall’inizio della guerra, la strategia infamante si è diffusa anche nel mondo offline, diventando un’arma potente tra i gruppi pro-Israele più radicali, determinati a silenziare qualsiasi critica con l’accusa di antisemitismo. Poche settimane dopo il 7 ottobre, un camioncino della gogna ha perlustrato i campus di Harvard, Columbia e Princeton, mostrando i nomi e le foto di studenti e professori che avevano firmato dichiarazioni di solidarietà con i palestinesi. In Italia ci sono prestigiose firme del centro-liberale che hanno approvato quello strumento, o ne hanno riso.

Quando mistificare la realtà non basta, StopAntisemitism ne fabbrica una tutta sua: in un’occasione, ha pubblicato un post in cui raccontava che la figlia del ministro degli Esteri irlandese – un Paese che aveva dichiarato l’intenzione di riconoscere lo Stato palestinese – era stata rapita e stuprata da Hamas. Solo due ore dopo, nello sbalordimento generale, ha pubblicato una nota in cui ha detto che la fake news era a «scopo illustrativo». Tutto questo è passato indenne dalla scure censoria di Elon Musk.

Il bullismo di cui è campione StopAntisemitism non è solo inutile: danneggia anche la comunità ebraica stessa, facendola passare per intimidita da semplici segni di riconoscimenti dell’umanità altrui.

Ma è anche la dimostrazione di come alcuni segmenti di destra possano appropriarsi dei dispositivi di indignazione online tipici dell’attivismo di sinistra, se solo la tecnologia glielo lo permette. E nelle opportunità offerte dalle piattaforme social, per fare del male a chi non ha il potere di rispondere con uguale forza, si avvelenano sempre di più le nostre democrazie.