Qualcosa si muove in Libia. E il rischio di uno scenario siriano diventa ogni giorno più concreto, sia per la situazione sul campo, sia per gli attori in gioco. Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin appaiono ormai come gli unici veri registi in grado di cambiare le sorti della guerra. Il presidente turco con Fayez al Sarraj è riuscito a trasformare Tripoli nel più grande avamposto turco in Africa settentrionale e nel cuore del Mediterraneo centrale. Il presidente russo, invece, sostiene apertamente Khalifa Haftar, anche se inizia a osservare con sempre maggiore interesse alla possibilità di una pacificazione che sia collegata a una spartizione del territorio libico. Uno schema che ricorda quanto avvenuto in Siria, anche se a parti invertite. In Siria era stato Bashar al Assad a chiedere l’intervento di Mosca per sconfiggere i ribelli e lo Stato islamico con la Turchia a sfruttare la fragilità di Assad per fomentare rivolte e conquistare territori. In Libia invece è Erdogan il garante del governo di accordo nazionale mentre Putin (insieme ad altri attori fondamentali) sostiene l’Esercito nazionale guidato dall’uomo forte dell’Est.

Nello scenario siriano c’erano e ci sono però gli Stati Uniti, che pur nella volontà generale del ritiro voluto da Donald Trump, rimangono ben saldi in alcune fondamentali basi su territorio siriano, controllando il confine con l’Iraq e gli snodi per Israele e Giordania. Presenza che in Libia latita, se non altro perché finora nessuno a Washington ha voluto puntare realmente sul conflitto libico. L’America è intervenuta per abbattere il nemico, Muhammar Gheddafi. Ma una volta raggiunto lo scopo, gli Stati Uniti si sono mantenuti defilati, puntando sulle Nazioni Unite come vera longa manus politica ed evitando che altre forze prendessero il sopravvento in un senso o nell’altro.

Questa condizione rischia però di dover cambiare. E anche in maniera repentina. I movimenti delle altre potenze hanno imposto un netto cambio di passo anche da parte del Pentagono e del Dipartimento di Stato. E così la Libia, ennesima endless war da cui Donald Trump voleva ben tenersi alla larga, può trasformarsi in un nuovo problema nel cuore del già bollente Mediterraneo allargato.

In questi giorni ha suscitato molto interesse un comunicato di Africom, il comando americano per l’Africa, che ha acceso i riflettori sulla partnership bilaterale tra Stati Uniti e Tunisia. Niente di nuovo sotto il sole: Tunisi e Washington da anni hanno intessuto un’ottima rete di rapporti nel settore strategico confermati dalla partecipazione della Tunisia in esercitazioni come African Lion, Flintlock e Phoenix Express. Manovre congiunte ospitate anche dalla stessa Tunisia. Il problema però nasce perché sembra strano che Africom necessiti di ribadire al mondo gli ottimi rapporti con Tunisi mentre a “pochi” chilometri a est il conflitto libico assume ormai la palese conformazione di una proxy war in cui la Russia, insieme alla Turchia, detengono lo scettro del potere.

Gli Stati Uniti hanno avvertito da subito dei forti rischi di una presenza russa in Libia. Non solo hanno attaccato Mosca per la presenza dei contractors della Wagner a sostegno dell’esercito del maresciallo Haftar, ma è in particolare sull’arrivo dei Mig dalla Russia (via Siria) che è concentrata l’attenzione del Pentagono, estremamente preoccupato per il fatto che il Cremlino, con una mossa spregiudicata quanto ponderata, è riuscito a piazzare in territorio libico propri aerei allestendo, de facto, una base in Cirenaica. Dopo pochi giorni dall’arrivo degli aerei russi e dalle notizie sugli spostamenti della Wagner in territorio libico su cui si è concentrato anche Mike Pompeo, arriva il comunicato di Africom sulla Tunisia e iniziano a circolare le prime indiscrezioni sull’arrivo di un contingente di soldati americani in territorio tunisino. Notizie che hanno già scatenato il dibattito in tutta la politica del piccolo Paese nordafricano.

Il partito dei patrioti democratici tunisino (Watad) e la potente Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) hanno dato il via a una serie di azioni e di proteste chiedendo a gran voce non solo la pubblicazione integrale dell’accordo tra Africom e Tunisia raggiunto in queste ore, ma anche chiedendo che il Paese non si trasformi in una base per possibile interventi bellici. Ipotesi smentita immediatamente dallo stesso comando americano per l’Africa, che ha invece parlato del colloquio tra il ministro della Difesa, Imed Hazgui, e il comandante di Africom, il generale Stephen J. Townsend, basati sull’invio di una squadra per l’addestramento dell’esercito tunisino. Una brigata che non avrebbe alcuno scopo di deterrenza nei confronti della Russia, ma che in realtà nasconde un messaggio ben più profonda e che potrebbe vedere un sempre maggiore coinvolgimento americano nell’area al fine di evitare una fine come quella vista in Siria. Ma soprattutto per far capire come Washington si sia defilata ma non abbia abbandonato lo scacchiere.

La realtà è che a Washington la Libia non è mai stata dimenticata del tutto. Gli Stati Uniti sanno dell’importanza strategica del Paese e conoscono perfettamente i rischi per la Nato di un avamposto russo in Cirenaica. Anche per questo non limitano troppo Erdogan, che pur con le sue deviazioni dall’asse, resta pur sempre un leader interno alla Nato che rispetta precisi obblighi di fedeltà all’alleanza. La Libia è un gioco a scacchi fra diversi alleati dell’America, dalle monarchie del Golfo ai turchi fino ai partner europei. Ma la presenza russa potrebbe accelerare il processo di coinvolgimento americano. Gli aerei americani hanno iniziato a volare davanti alle coste libiche (l‘ultimo un Lockheed da ricognizione anti sommergibile partito dalla base di Souda, a Creta). Una piccola brigata americana arriverà a breve in Tunisia. Africom parlando apertamente dei russi in Libia, ha aperto di fatto le porte alla pressione internazionale su Mosca.

E nel frattempo, si è mossa anche la potente diplomazia Usa. Pompeo ha parlato con i suoi omologhi europei sull’interesse a una pacificazione tra le fazioni in guerra. L’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Kelly Craft, ha ribadito ieri che “tutti gli attori esterni dovrebbero smettere di alimentare il conflitto in Libia”. E sempre Craft ha ribadito che il piano di una pace guidata dalle Nazioni Unite “è l’unico modo per raggiungere la stabilità nel paese a lungo termine”. Un interessamento che si unisce a quello degli Stati Uniti per il traffico di banconote contraffate da Malta, accuse che trovano in letto rifiuto della Russia. Mosse importanti che indicano anche come sia possibile che gli Stati Uniti si stiano ritagliando un ruolo di mediatore e di forza di “contrapposizione” tra le due fazioni e tra Russia e Turchia. Il tutto sfruttando da una lato il piano Onu e dall’altra la presenza militare russa. Lo “sbarco” in Tunisia è solo un esempio di quello che potrebbe accadere a poche miglia dall’Italia.

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