Un drone non vale 150 persone: è questo il succo del messaggio con cui Donald Trump ha confermato l’indiscrezione del New York Times sull’aver fermato l’attacco contro l’Iran. Ma questo non significa che gli Stati Uniti non vogliano comunque far capire a Teheran che quel drone abbattuto ha un costo e un significato molto preciso. L’Iran ha colpito un mezzo Usa: ed è difficile credere che da Washington non arriva una risposta. Una risposta che Trump ha già detto come debba essere: proporzionata. Il che significa che un bombardamento può essere eccessivo – anche per le enormi implicazioni strategiche – ma non un altro tipo di attacco che comunque farebbe capire che gli Stati Uniti non restano fermi a guardare che un nemico abbatta un suo mezzo.

E adesso, fonti del Pentagono fanno  capire che questo colpo potrebbe esserci già stato. Secondo Yahoo News, che cita funzionari della Difesa americana, gli Stati Uniti avrebbero già reagito al colpo con un cyber attacco nei confronti dei Pasdaran. I Guardiani della rivoluzione, vero obiettivo di Washington e identificati come gli autori degli attacchi alle petroliere nel Golfo dell’Oman, sarebbero stati infatti oggetto di un radi digitale condotto dal Cyber Command. I portavoce del comando Usa per il cyber warfare non hanno voluto commentare, ma in molti ritengono possa essere plausibile che gli Usa abbiano voluto colpire in questo modo i Pasdran, soprattutto perché le capacità tecnologiche dei Guardiani sono da sempre un vanto di Teheran. Ed è proprio la loro digitalizzazione ad aver preoccupato per molti anni sia Israele che le monarchie del Golfo Persico, terrorizzate dal fatto che la potenza militare iraniana potesse paralizzare i loro sistemi informatici. L’Iran, grazie all’Ajax Security Team, al gruppo Chafer, Infy e alle agenzie Apt33 e 34 ha un’arma formidabile nel proprio arsenale.

L’idea che il Golfo Persico possa trasformarsi in un grande laboratorio di cyberwar non è così peregrina. Ricordiamo che l’Iran è già stato oggetto di attacchi informatici da parte dei comandi americani. Il più devastante fu quello condotto attraverso Stuxnet, un virus creato appositamente dal governo americano in collaborazione con l’esecutivo israeliano nel 2006 e che aveva come scopo quello di penetrare nel software della centrale nucleare iraniana di Natanz, considerata uno dei reattori principali del programma atomico di Teheran. Uno studio realizzato da Symantec riportò che solo in Iran furono più di 62mila i computer infettati da questo virus. L’episodio di Natanz non è chiaramente l’unico. Come riportato da La Stampa, “lo stesso capo della ‘cyber polizia’ di Teheran, il generale Kamal Hadianfar, ha ammesso che la nazione nel 2017 ha subito 296 cyber aggressioni gravi contro le infrastrutture vitali” e a questo si deve anche aggiungere “che in più occasioni esperti del settore sono morti misteriosamente. Vedi il caso di Mojtaba Ahmadi, comandante del quartier generale della ‘Cyber War’, ucciso nel 2013 da ignoti”.

La cyberwar quindi è già iniziata da anni. E adesso, la reazione al Global Hawk abbattuto potrebbe essere avvenuta (come riportato dai media Usa) o avvenire proprio attraverso un raid digitale. Un’ipotesi che sarebbe perfettamente in linea con quanto voluto da Trump, e cioè evitare a ogni costo una nuova avventura bellica, lanciare un segnale proporzionato e soprattutto far capire ai Pasdaran e all’Iran di poter colpire “in modo devastante” il Paese senza utilizzare uomini, aerei o navi. Ma sarebbe soprattutto un modo per sferrare un attacco all’Iran in uno dei suoi punti di forza, che è proprio la sua capacità bellica cibernetica. E sarebbe un modo anche per vedere come reagiscono la Joint Cyber Army e il Cyber Defense Command (Gharargah-e Defa-e Saiberi): le due forze iraniane che difendono dai cyber attacchi la Repubblica islamica. Capire la forza di difesa di un avversario è fondamentale. E potrebbe essere utile anche per i due maggior alleati Usa in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele.