Tornano i caschi bianchi , tornano le accuse sulle armi chimiche, tornano le notizie sugli attacchi con il gas cloro, e, di conseguenza, si torna a parlare di intervento degli Stati Uniti contro il governo siriano. Secondo i caschi bianchi siriani, gruppo la cui credibilità lascia parecchi dubbi, il governo avrebbe colpito nella notte la città di Hamuriyeh, nella Ghouta orientale, dove si contano “oltre 30 casi di soffocamento, tra cui donne, bambini e volontari della Protezione civile”. Le ultime accuse ad Assad sull’uso di armi chimiche nella Ghouta orientale risalgono al 25 febbraio. La notizia arrivò subito dopo l’approvazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul (mai operativo) cessate-il-fuoco.

Secondo il Washington Post, il presidente Trump ha chiesto ai suoi consiglieri militari di presentare una serie di opzioni per punire il governo siriano dopo aver avuto la notizia del presunto attacco chimico del 25 febbraio. Il presidente, secondo il quotidiano americano, ha discusso le potenziali azioni da intraprendere in Siria all’inizio della settimana scorsa durante una riunione alla Casa Bianca. Al meeting erano presenti il capo di stato maggiore John F. Kelly, il consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, e il segretario alla Difesa, Jim Mattis.

Secondo i funzionari intervistati, che hanno chiesto e mantenuto l’anonimato, il presidente Trump non avrebbe dato il semaforo verde ad alcun attacco. Ma ne ha discusso. Anche se le notizie sono ambigue. Dana White, portavoce del Pentagono, ha negato che Mattis abbia preso parte alle discussioni sull’azione militare in Siria e ha affermato che “la conversazione non è avvenuta”. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha invece affermato che Mattis era “categoricamente” contrario a un nuovo attacco in Siria in risposta ai recenti (presunti) attacchi col cloro e che McMaster “era d’accordo”.

Le discussioni della Casa Bianca su un possibile nuovo bombardamento “punitivo” contro la Siria arrivano dopo una lunga serie di accuse da parte di funzionari dell’amministrazione Trump nei confronti del governo di Damasco. Da tempo esiste un grosso segmento del Pentagono e dell’amministrazione Usa che tenta in tutti i modi di aumentare la pressione internazionale sulla Siria parlando di ripetuti attacchi chimici su piccola scala in mezzo a un’escalation di attacchi aerei e terrestri sulla Ghouta orientale. La Siria ha sempre e categoricamente negato ogni coinvolgimento.

“Il mondo civilizzato non deve tollerare il continuo uso di armi chimiche da parte del regime di Assad”, ha detto la segretaria della stampa della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders in una dichiarazione. E questo nonostante Mattis abbia già ricordato, a suo tempo, che le prove dell’uso di sarin da parte di Assad, il Pentagono ne le ha mai avute.

Eppure, anche in assenza di prove certe, Trump autorizzò il Pentagono a lanciare i missili Tomahawk nella base siriana che si riteneva fosse collegata all’attacco di gas sarin su Khan Shaykhun. Quello di Trump, fu il primo attacco americano diretto esplicitamente contro il governo di Assad. Il suo predecessore, Barack Obama, nonostante il chiaro sostegno alle forze ribelli, non aveva mai colpito direttamente le forze siriane. Almeno ufficialmente.

Adesso bisognerà capire dove sia disposto ad arrivare Trump. Il colpire la Siria dopo le accuse dei caschi bianchi di presunti attacchi al cloro, è un tipo di azione che rientrerebbe nei canoni della politica americana in Medio Oriente, ma che non sarebbe giustificata né sul piano politico né su quello giuridico. Prove non ve ne sono, se non quelle dei “white elmets”, e gli Stati Uniti andrebbero comunque a colpire un governo che nega ogni tipo di attacco chimico e sostenuto da Russia e Iran.

Inoltre, dal punti di vista strategico, gli Stati Uniti sono in Siria, almeno formalmente, per combattere lo Stato islamico. Il Congresso chiede da tempo che il legislativo possa discutere della guerra in Siria, perché deve anche giustificare, di fronte all’opinione pubblica, il fatto di avere ancora migliaia di uomini impegnati su un fronte che ha cambiato radicalmente prospettiva. E alcuni pretendono che la presidenza chieda una nuova autorizzazione al Congresso. Oggi la presenza Usa è difficile da giustificare nell’ottica di un contrasto al terrorismo islamico. E in molti, anche oltreoceano, si domandano se sia una presenza necessaria.