Mentre il mondo dei cinefili è in visibilio per il ritorno della saga di Star Wars nelle sale cinematografiche, l’espressione guerre stellari torna a colorarsi di significati nuovi e inusitati. Fu l’allora presidente degli Stati Uniti Reagan ad adattare questa locuzione alla sua Strategic Defense Initiative per proteggere l’America del 1983 da eventuali attacchi di missili balistici. L’atipicità della Guerra Fredda, però, fece si che lo Spazio, non-luogo del conflitto tra Urss e Usa, divenisse poi uno di quei luoghi dell’Universo ove la cooperazione internazionale, giocoforza, ha dovuto realizzarsi: il fatto che esista qualcosa come la Stazione Spaziale Internazionale, frutto della collaborazione tra Stati Uniti, Russia, Canada, Europa e Giappone ne è la dimostrazione. Con l’avvento delle nuove tecnologie, però, lo Spazio ha smesso di essere percepito come luogo per cosmonauti, trasformandosi in uno scenario di politica estera dominato dal trasporto aereo e dalle telecomunicazioni, ove gli agenti internazionali cooperano e si scontrano: è questa la base della cosiddetta space diplomacy.

Il club delle potenze spaziali

Ma quali sono i paesi che realmente partecipano al club delle moderne guerre stellari? Washington è in pole position nel possesso di sofisticatissimi sistemi anti satellitari e nuovi metodi di hackeraggio dei satelliti. Ma la vera novità è il progetto trumpiano delle forze spaziali, una nuova armata che prenderà ufficialmente forma in seguito alla firma del National Defense Authorization Act. Circa 16mila unità, un budget militare annuale da 738 miliardi di dollari, avrà il compito di proteggere gli interessi americani situati nel cosmo. A seguire la Russia di Putin, che dopo aver lanciato satelliti spia è impegnata nello studio di nuove tecnologie di disturbo e di abbattimento dei satelliti: inoltre, non bisogna dimenticare che la legge su “internet sovrano” ha intenzione di disconnettere la Russia dal World Wide Web se “necessario”, per difendere lo stato in caso di “minacce alla stabilità, sicurezza e integrità del funzionamento di Internet e della rete di comunicazione pubblica”. La nascita dell’internet russo (RuNet) è un primo esempio di chiusura delle “frontiere dello spazio”. Al club delle guerre stellari poi si aggiunge la Cina, accusata sovente di realizzare satelliti killer, che con le sue tecnologie attuali è in grado di abbattere satelliti in orbita; a seguire, poi, l’India di Modi, che proprio nel marzo scorso, con un nuovo tipo di missile ha correttamente abbattuto, come previsto, il satellite Drdo Microsat-R. La “Missione Shakti” abbattendo un satellite attivo (indiano), ha consacrato l’India come potenza spaziale. Venendo all’area calda mediorientale solo Israele può rivendicare il titolo di protagonista eventuale di una guerra stellare: nel luglio di quest’anno ha segretamente condotto in Alaska tre test del missile ‘Arrow-3’ in cooperazione con le autorità statunitensi. ‘Arrow-3’ ha intercettato con pieno successo missili balistici oltre l’atmosfera, ad altitudini e a velocità senza precedenti. Esecuzione perfetta, bersagli centrati in pieno: una prova che conferisce a Tel Aviv la capacità di agire contro missili balistici lanciati contro il paese. Ed infine, l’intricato complesso NATO che, nonostante i rischi di “morte cerebrale” riscontrati negli ultimi anni nell’eterna lotta tra atlantismo e disimpegno europeo, vive da protagonista questa competizione all’ultimo satellite: la Francia di Macron, ad esempio, sta realizzando il proprio comando militare dello spazio, creato all’interno dell’Aeronautica francese per “assicurare lo sviluppo e il rafforzamento delle capacità spaziali” contro le minacce portate da alcune grandi potenze in un contesto di militarizzazione dello spazio.

La space diplomacy, nuova frontiera delle relazioni internazionali

Ma che tipo di conflitti sono queste star wars? Per ora, nulla di militare: i satelliti che fluttuano nello spazio non sono, per quanto ne sappiamo, armati in nessun modo. Questo non vuol dire che non siano ugualmente pericolosi: le cyber guerre di oggi riguardano soprattutto l’uso di missili anti-satellite e operazioni di disturbo e di hackeraggio dei satelliti stessi. L’aspetto drammatico degli attacchi cyber è che, considerando il basso costo delle tecnologie necessarie a realizzarli, essi sono praticabile da un numero più ampio di attori, anche non statuali. Per paradosso uno stato potrebbe subire un attacco di questo genere anche da un ente o da un’organizzazione anonima, perfino da uomo solo al comando. Tutte queste opportunità e questi rischi aprono il campo alla space diplomacy: il termine di per sé, non indica necessariamente un atteggiamento “diplomatico” o “cooperativo” nello spazio, bensì un nuovo modo di concepire la Realpolitik, considerando il cosmo come un’estensione della domestic jurisdiction. Questo perché la tecnologia spaziale, essendo altamente complessa, conferisce a qualsiasi nazione riconoscimento,  status e proietta il suo soft-power a livello internazionale.

Se la corsa allo spazio a due superpotenze, contornata dall’azione dei Paesi Nato, è un vecchio refrain della space diplomacy vecchio stampo, oggi la presenza di Cina e India in questa arena costituisce l’aspetto più interessante delle nuove relazioni internazionali-spaziali. Se ai tempi della cold war le grandi potenze si sfidavano direttamente o per procura nel Terzo Mondo, oggi la sfida si sposta nell’etere. Negli ultimi anni, sia la Cina che l’India stanno usando ricerche pionieristiche nell’arena dell’esplorazione spaziale per stabilire legami con i paesi via di sviluppo. Al vertice dell’Associazione per la cooperazione regionale dell’Asia del Sud (Saarc) nel 2014, il Primo Ministro Modi annunciò l’intenzione di lanciare un satellite che offre servizi di comunicazione gratuiti alle nazioni Saarc. La Cina, dal canto suo, ha sostenuto i programmi spaziali di diverse nazioni come il Brasile e la Nigeria, vendendo satelliti commerciali e impartendo formazione e tecnologia ad altri per lanciare i propri. Si prevede che entro il 2020 la rete cinese di 35 satelliti BeiDou fornirà servizi di navigazione a oltre 60 nazioni che hanno aderito alla Belt and Road Initiative, sfidando il GPS americano e i sistemi Galileo europei.

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