Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Un Paese distrutto da anni di conflitto, che lo ha lacerato, rendendolo ancora più povero e senza più risorse. Una guerra lunga quattro anni, che ha generato la peggior  crisi umanitaria al mondo.  Con circa 56mila morti e 22 milioni di indigenti. Al momento niente sembrerebbe poter porre fine ai contrasti. Né una soluzione militare, né un accordo politico.

L’appello alle parti

Ed è probabilmente anche per questo motivo che l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, sta cercando di sollecitare il governo e i rappresentanti degli Houthi, il gruppo armato a prevalenza sciita, tutti riuniti in Svezia, a lavorare unicamente nell’interesse del futuro della nazione. Secondo quanto riportato anche da Al Jazeera, il funzionario si sarebbe appellato proprio ai soggetti in conflitto per “agire subito” per “evitare di perdere il controllo” dell’avvenire dello Yemen. Dall’inizio del conflitto, infatti, questa è soltanto la seconda occasione in cui i funzionari del governo del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi e i rappresentanti del movimento dei ribelli si sono uniti ai colloqui per discutere della fine dei combattimenti.  E, nel discorso di apertura ai colloqui, Griffiths ha dichiarato: “Il futuro del Paese è nelle mani di coloro che si trovano in questa stanza”.

Gli auspici dell’incontro

Il meeting che ha avuto inizio in queste ore, che ha avuto luogo a Rimbo, una città a circa 50 chilometri a nord di Stoccolma,  e che proseguirà nei prossimi giorni, potrebbe aprire la strada anche a futuri negoziati. O almeno è ciò che si augura l’inviato speciale Onu. Nell’incontro, infatti, si è parlato anche della firma su un accordo che riguarda i prigionieri di guerra (detenuti con la forza) e di concordati che potrebbero permettere il ricongiungimento di migliaia di famiglie. “Quello che faremo qui e nelle prossime settimane è lavorare sulla realizzazione di questo”, ha spiegato Griffiths.

Le (possibili) richieste

Gli appuntamenti in Svezia sono stati studiati in modo tale che le parti in guerra non debbano mai incontrarsi faccia a faccia. È possibile, inoltre, che le misure di rafforzamento della fiducia possano includere la negoziazione del cessate il fuoco nella città portuale di Hodeidah (snodo importante per l’arrivo di risorse e aiuti umanitari), l’imponente scambio di detenuti, la riapertura dell’aeroporto internazionale di Sana’a e il pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici nelle aree tenute sotto controllo dagli Houthi. 

Colloqui complessi

Il ministro degli Esteri svedese, Margot Wallstrom , ha sottolineato l’importanza di questi colloqui, ritenendoli “un inizio importante”. “Spetta a voi, le parti in conflitto, impegnarsi in dialoghi costruttivi”, ha spiegato Wallstrom. La quale ha sostenuto che ciò di cui lo Yemen ha bisogno sono “concessioni, compromessi e coraggio”. La prima risposta, non propriamente positiva, è arrivata dal suo omologo yemenita, Khaled al-Yamani, che ha respinto una proposta degli Houthi di formare un consiglio presidenziale senza Hadi come “un’assurdità”. “

Le mosse di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

Intanto, all’inizio della settimana, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno permesso a 50 ribelli Houthi feriti di essere trasferiti in Qatar per ricevere assistenza e cure mediche. Tuttavia il ruolo giocato da Riad in questo conflitto è sempre stato chiaro e con pochi accenni alla distensione. La coalizione guidata dai sauditi (di cui fanno parte anche gli Emirati Arabi Uniti) sta portando avanti un’offensiva militare molto forte contro il gruppo sciita, da almeno tre anni, dal marzo 2015. 

Lo scambio dei prigionieri

Il governo dello Yemen, nei giorni scorsi, aveva dichiarato di aver accettato uno scambio di prigionieri su larga scala con i ribelli. E secondo quanto riportato da Al Jazeera, il rapporto sarebbe stato di 2.000 forze governative per 1.500 ribelli. E se sulla proposta di formare un consiglio senza Hadi, al-Yamani si era detto fortemente contrario, sulla cessione reciproca di prigionieri si è detto favorevole: “Abbiamo firmato uno scambio e non vediamo l’ora di implementarlo”. Positiva anche la risposta del portavoce dei ribelli, Mohammed Abdul Salam: “Lo abbiamo voluto fin dall’inizio e questo è un passo significativo in avanti”. 

Gli Houthi: “Disposti a consegnare Hodeidah all’Onu”

Sempre al network del Qatar, alcuni rappresentanti dei ribelli si sarebbero detti disposti a consegnare alle Nazioni Unite il porto strategico di Hodeidah. Che, appunto, rappresenta da sempre un punto fondamentale per tutte le risorse umanitarie destinate alla popolazione martoriata da anni di povertà e di conflitto. Gli Houthi avrebbero promesso anche di porre fine a tutti gli attacchi di droni e di missili contro la coalizione guidata da Riad, in cambio della fine dell’alleanza

Equilibrio precario e troppi “attori stranieri”

Poco prima dell’inizio dei colloqui, però, il governo yemenita aveva chiesto che i ribelli si ritirassero completamente dalla città portuale. La risposta degli Houthi era stata chiara, accompagnata dalla minaccia di chiudere l’aeroporto di Sana’a se le loro richieste non fossero state soddisfatte. Secondo diversi analisti e osservatori a rendere ancora più instabile la situazione nello Yemen è stata la presenza della colazione guidata da Riad e l’intervento di Teheran. L’attivista yemenita e co-vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2011, anno in cui iniziavano a esordire i primi contrasti e le prime proteste, Tawakkol Karman si è detta convinta che la soluzione del conflitto possa arrivare soltanto “se i sauditi, gli emirati e gli iraniani” cesseranno di intervenire negli affari del Paese. E con loro tutti gli “alleati”. E ha detto: “Questo intervento ha danneggiato lo Yemen e ha aumentato la sofferenza dei civili. Se non si riduce questa azione negativa, la popolazione non sarà in grado di raggiungere un accordo politico che preservi la sovranità dello Stato”.

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