Negli ultimi mesi, mentre a Washington si sta decidendo il destino dei territori occupati dalla Russia, i segnali di tensione all’interno delle forze armate ucraine si sono moltiplicati. A colpire gli osservatori non è solo la stanchezza da guerra, il logoramento umano e materiale dopo oltre due anni di conflitto ad alta intensità contro la Russia, ma anche e soprattutto una spaccatura sempre più visibile tra due anime dell’esercito: da un lato, l’élite degli alti ufficiali formatisi nell’epoca sovietica, ancora largamente dominante nei vertici militari; dall’altro, una nuova generazione di ufficiali cresciuti nel fervore nazionalista post-Maidan, spesso legata a movimenti come Azov, in forte ascesa.
Una guerra nella guerra, combattuta non solo sui campi minati del Donbass ma anche nelle sale del Comando Generale, tra rivalità personali, scontri di potere, accuse incrociate e una narrazione pubblica che oscilla tra l’eroismo collettivo e l’accoltellamento reciproco tra figure che si odiano.
Il “generale sovietico” e il caso Syrsky
A incarnare il volto più controverso dell’establishment militare è il generale Oleksandr Syrsky, comandante in capo dell’esercito ucraino. Formatosi nell’Urss, veterano delle strutture post-sovietiche, Syrsky è diventato il bersaglio preferito dei nazionalisti ucraini e persino di alcuni membri della maggioranza presidenziale. L’accusa principale? Immobilismo, opacità nelle nomine, e una gestione del conflitto ancorata a schemi obsoleti, spesso letali per i soldati al fronte.
L’11 aprile, la deputata Mariana Bezuhla, fedelissima di Zelensky, ha accusato pubblicamente Syrsky di sabotare la creazione di un nuovo sistema di corpo d’armata, ostacolando le riforme organizzative necessarie e relegando in posizioni marginali i comandanti più innovativi. Tra questi, il generale Mykhailo Drapaty, comandante del fronte orientale, descritto come uno dei pochi artefici della recente tenuta dell’esercito nell’area di Pokrovsk. Secondo Bezuhla, Syrsky avrebbe sistematicamente bloccato le sue nomine e diffuso voci denigratorie per minarne il prestigio.
Dietro le parole della deputata non si cela solo uno scontro di visione strategica, ma la conferma di una logica feudale che permea l’intero apparato militare: clientele, esili interni, vendette personali e promozioni imposte dall’alto.
Azov e la nuova generazione militarista
Contro questa gestione si è andato formando un vero e proprio “partito militare” alternativo, incarnato dal Battaglione Azov. Nato come milizia volontaria nel 2014, questo gruppo ultra-nazionalista radicale è stato ufficialmente trasformato, nel marzo dell’anno scorso, nel “1° Corpo d’armata Azov”, primo esempio di unità di tale livello in Ucraina. Il suo comandante, Denis Prokopenko, è divenuto simbolo della nuova leva militare che punta a sostituire i vecchi quadri con una generazione più ideologica, più integrata con gli standard Nato, più “patriottica” – secondo la loro stessa retorica – ma anche più intransigente e settaria. Di sicuro, se la “denazificazione” dell’Ucraina è uno degli slogan usati dai russi per giustificare l’invasione, Kyiv non ha fatto molto per fare pulizia della sua anima “nera”.
Del resto, Azov e i suoi alleati rappresentano l’unica componente che sembra ancora capace di attrarre reclute motivate, mentre il resto dell’esercito fatica con diserzioni, demoralizzazione e reclutamenti con la forza che fanno il giro dei social. A differenza delle truppe regolari, i reparti legati ad Azov godono di maggiore autonomia logistica, un’efficiente comunicazione interna, e di un’immagine pubblica ben curata. Sono i primi a ricevere volontari, e sono i preferiti dai mobilitati.
Uno scontro che minaccia la coesione militare
Blogger come Peter Korotaev, autore della strepitosa e durissima newsletter Events in Ukraine, parla spesso del conflitto tra “sovietici” e “riformatori”. Non è solo uno scontro tra generazioni, o approcci. È la spia, dice, di un sistema che fatica a rinnovarsi mentre combatte la più difficile guerra della sua storia. La creazione delle strutture di corpo – necessaria per razionalizzare il comando e integrarsi meglio con le dottrine Nato – è al momento ostacolata da resistenze interne e da logiche gerarchiche anacronistiche.
Nel frattempo, la propaganda ufficiale continua a puntare il dito contro il tradimento occidentale, evocando parallelismi con il Vietnam del Sud. L’articolo di Ukrainska Pravda ha ripreso questa narrativa, suggerendo che l’Ucraina rischia di fare la fine di Saigon cinquant’anni fa, dovesse l’Occidente abbandonare il campo senza garanzie di sicurezza per Kyiv. Ma c’è una differenza fondamentale: al contrario del Vietnam (o di Kabul, per restare a scenari più prossimi) l’Ucraina possiede un esercito strutturato, numeroso e ideologicamente compatto in alcune sue componenti. Sebbene, e questo va detto, anche profondamente lacerato nella leadership.
Il paradosso dei droni e l’autonomia industriale
A complicare il quadro, c’è la questione dell’autonomia tecnologica e industriale. Negli ultimi mesi, il governo Zelensky ha puntato su una narrazione autocelebrativa: l’Ucraina sarebbe diventata una potenza dei droni, capace di sopperire alla carenza di munizioni e uomini con l’intelligenza artificiale e la produzione interna.
Ma la realtà è più ambigua. I droni sono efficaci nel difendere, meno nell’offendere. Inoltre, sono assemblati in larga parte con componenti cinesi, e l’Ucraina, nel tentativo di guadagnare i favori dell’amministrazione Trump, ha recentemente imposto sanzioni a tre aziende cinesi accusate di rifornire la Russia. Per non parlare dell’accusa, da parte di Zelensky, dopo la cattura di qualche soldato parlante cinese in Donbass, di un coinvolgimento sempre più diretto di Pechino nella guerra. Una mossa criticata da molti analisti come incendiaria, data la scarsità di prove tangibili che riguardano quei prigionieri, e che potrebbe alienare ancora di più la Cina.
Frattura o militarizzazione della politica?
Nel frattempo, le unità di Azov continuano a ottenere qualche avanzamento nel Donbass, ma i successi sono spesso vanificati dalla superiorità numerica e logistica dei russi. L’attuale divisione all’interno nell’esercito non è allora solo un rischio per l’efficacia della resistenza. È anche un pericolo per la tenuta dello Stato ucraino, sempre più delegittimato. Un’armata fratturata rischia di trascinare con sé l’intera struttura politica, in una spirale di destabilizzazione. Le accuse incrociate tra ufficiali, la politicizzazione dei quadri, e la crescente influenza dei movimenti militaristi come Azov sollevano interrogativi inquietanti sul futuro della democrazia ucraina.
Zelensky, che ha finora puntato sullo scaricare le responsabilità sull’establishment militare, potrebbe trovarsi prigioniero delle stesse forze che ha alimentato. Se il fronte interno collassa, anche quello esterno, oggi già fragile, non potrà reggere a lungo

