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Guerra

Sopravvivere oggi, cambiare domani? L’Iran e la lezione strategica della Terza guerra del Golfo

Per la Repubblica Islamica questa guerra avrebbe potuto essere l'inizio della fine. O la fine stessa. Non è andata così. Ma sicuramente è stata la fine dell'inizio. E una struttura nata nel 1979 dovrà giocoforza cambiare. Il monito delle proteste è stato chiaro. La sfida della guerra lo ha confermato.

L’Iran può rivendicare come un successo la prospettiva di fine della Terza guerra del Golfo che si apre dopo il cessate il fuoco mediato dal Pakistan a cui ha aderito assieme a Usa e Israele. Come ha scritto Alessandro Cassasnmagnago su queste colonne, Teheran è non solo metaforicamente al centro del mondo: può rivendicare controllo sullo Stretto di Hormuz, ha inflitto danni all’economia globale e al sistema a guida Usa, ha mostrato l’esistenza di perimetri alternativi alla dominanza Usa nell’Asia Sud-Occidentale, ha per due volte (giugno 2025, febbraio-aprile 2026) respinto l’assalto strategico di Israele.

L’Iran dalla guerra al dopoguerra

Tutto questo è avvenuto in un contesto che vedeva il Paese travolto dalle sanzioni internazionali e agitato dai sommovimenti interni e dalle proteste, divampate tra dicembre 2025 e gennaio 2026, con un regime che appariva sempre più sclerotizzato, come dimostrato dalle parole del defunto Ayatollah Ali Khamenei di fronte al risveglio del bazar e alle rivolte di inizio anno, totalmente scollegate dalla realtà interna dello Stato centroasiatico. La guerra esistenziale con cui il regime ha mirato a difendere la sua sopravvivenza ha, in un certo senso, fatto brutalmente chiarezza: innanzitutto, l’attacco esterno ha accelerato il tempo ultimo della Repubblica Islamica, con la morte della Guida Suprema Ali Khamenei che da presidente della Repubblica e Rahbar ha identificato sé stesso con l’istituzione fondata da Ruhollah Khomeini e la cui scomparsa ha posto il sistema di fronte alla necessità di rinnovarsi.

Verso una nuova Repubblica Islamica?

In secondo luogo, la compattezza del regime forzata dalla guerra ha mostrato i rapporti di forza e di influenza. Morto anche Ali Larijani, lo stratega che più di tutti aveva un piano per il dopo-Khamenei sotto forma di una transizione a un sistema ibrido tra una “dittatura militare” dei Pasdaran e una tecnocrazia, l’Iran è emerso come una sommatoria di cuspidi di potere con un’ampia divisione del lavoro. Il volto diplomatico, il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, è stato anche l’immagine del Paese di fronte al mondo e ha tenuto aperto la mediazione col Pakistan; il presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, ha tenuto unito il regime sul fronte interno. Il capo dello Stato, Masoud Pezeshkian, ha parlato direttamente agli americani come figura moderata. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, non si è mostrato in pubblico ma Axios l’ha raccontato presente e decisivo nell’avviare la trattativa per il cessate il fuoco.

La sicurezza dell’Iran

Terzo punto, il conflitto può aprire in prospettiva alla possibilità di un nuovo equilibrio regionale: i dieci punti della proposta di pace iraniana includono delle posture più dinamiche sulla gestione di Hormuz, che Teheran vuole rivendicare, e che mirano a garantire quel senso di sicurezza strategica che la perdita della proiezione dell’Asse della Resistenza in Medio Oriente e le titubanze sul dossier nucleare avevano reso meno certo per l’Iran.

In tutto questo, è chiaro che se per l’Iran dopoguerra sarà, e lo sapremo tra due settimane, il Paese dovrà cambiare. La guerra ha arroccato il Paese attorno all’avversione per Usa e Israele, ma complice il cambio dei vertici imposto dalle morti eccellenti della guerra e le nuove dinamiche, sarà impossibile per la Repubblica Islamica mantenere la traiettoria precedente.

Le proteste massicce del 2025-2026 sono state un potente campanello d’allarme: nessuna retorica trionfalista sulla fine della guerra potrà cancellare il fatto che la nazione iraniana si trova in precarie condizioni economiche, insoddisfatta nella componente giovanile, desiderosa di cambiamenti.

Vincere la guerra per vincere la pace

L’Iran ha resistito all’assalto che mirava a travolgere il regime, che resta saldo al potere, ha visto l’opposizione rimanere afona o impotente di fronte all’escalation massimalista di Trump nei giorni scorsi, che ha completamente squalificato figure come Mohammad Reza Pahlavi, ha ritrovato unità nazionale di fronte alle spinte centrifughe su cui faceva leva Israele. Sarebbe rovinoso, per la Repubblica Islamica, sprecare un’indubbia finestra di opportunità per garantire maggiori libertà economiche, più prospettive occupazionali, più futuro, e mostrare un embrione di avanzamento del regime.

L’Iran avrebbe vinto la guerra sopravvivendo e non perdendo. Se così sarà, la vera sfida sarà vincere il dopoguerra: se sarà garantita la sicurezza regionale, verrà lo scenario della sicurezza economica. Bisognerà capire se Teheran riuscirà a far leva per ottenere un ristoro dalle sanzioni, se i Pasdaran terranno la morsa sull’economia protetta entro il Paese, se le avventure militari del regime continueranno a divorare risorse preziose. In queste due settimane si capirà molto dell’Iran che verrà. Per la Repubblica Islamica questa guerra avrebbe potuto essere l’inizio della fine. O la fine stessa. Non è andata così. Ma sicuramente è stata la fine dell’inizio. E una struttura nata nel 1979 dovrà giocoforza cambiare. Il monito delle proteste è stato chiaro. La sfida della guerra lo ha confermato. L’Iran non può vivere, sul lungo periodo, in emergenza permanente. Risolvere questo problema sarà decisivo per il futuro di Teheran.

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