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Guerra

Solo bombardamenti aerei e costi alle stelle: ecco perché la guerra Usa all’Iran è ferma

Niente operazioni di terra e costi enormi: queste sono le ragioni per cui la guerra Usa all'Iran è finita in uno stallo.
iran

Il conflitto iniziato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio si sta ormai trascinando da varie settimane in una situazione di stallo di cui è difficile intravedere la conclusione. Malgrado i post del presidente Trump e i titoloni dei media occidentali che ciclicamente propinano l’idea che la pace sia vicina, salvo poi smentire tutto nel giro di poche ore, il quadro è estremamente complesso e non ha al momento alcuna via di uscita praticabile in termini di soluzione pacifica.

Stante tale congiuntura possiamo fare alcune riflessioni. La prima è che il presidente Trump ha condotto gli Stati Uniti in una situazione estremamente difficile e pericolosa come raramente se ne ricordano nella storia recente. Non è ovviamente la prima volta che Washington si trova ad affrontare problemi militari e a faticare a uscirne, ma in precedenza i contesti erano meno rilevanti dell’attuale, si pensi all’invasione dell’Iraq nel 2003 o agli impegni in Afghanistan oppure a situazioni più limitate come i bombardamenti in Libia nel 2011. L’attuale stallo con l’Iran rappresenta uno smacco militare significativo perché ha messo in luce le difficoltà americane di proiettare la propria potenza e perché ciò ha portato anche a forti ripercussioni economiche globali che le precedenti operazioni non hanno mai coinvolto. Possiamo provare a spiegare tale situazione attraverso due dinamiche evidenti nell’operazione lanciata da Washington.

Per prima cosa però serve partire da una comprensione di cosa sia la guerra che è lo strumento scelto da Trump per raggiungere i suoi obiettivi politici. Nelle parole del generale prussiano Carl von Clausewitz, punto di riferimento per qualunque riflessione seria sul fenomeno bellico, la guerra non è solo la continuazione della politica con altri mezzi, bensì è “un atto di violenza per costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà”. Lo scopo ultimo è quindi quello di forzare il nemico a fare qualcosa che di sua iniziativa non vuole fare, ovvero seguire la volontà dell’attaccante, nel caso in oggetto, e a seconda dei post di Trump, si va dal consegnare l’uranio arricchito alla rinuncia del nucleare o dei missili/droni ecc. Ma come si costringe l’avversario? Con l’impiego della forza armata è una risposta banale e semplicistica perché in realtà per costringere l’altra parte serve impiegare, ovviamente con il supporto delle forze navali e aeree, le forze di terra. Infatti, queste ultime sono le uniche che consentono a chi le impiega di ottenere ciò che si vuole “semplicemente” prendendolo al nemico attraverso l’uso della forza.

40 miliardi per un mese e mezzo di guerra

Ogni altro approccio, come il potere aereo che è stato lo strumento scelto in questo contesto, è invece coercitivo ovvero mira a ottenere un risultato politico impiegando sì violenza e forza armata, ma sostanzialmente con l’idea di convincere l’altro a cedere ciò che noi vogliamo. Semplicisticamente la logica è: ti bombardo e quindi tu mi cedi quello che voglio per non essere più bombardato. Tuttavia tale approccio applicato al potere aereo ha forti e insuperabili limitazioni. Per prima cosa lascia la decisione all’altra parte, è chi viene bombardato che decide se accettare la (presunta) superiorità del nemico o continuare a subire attacchi. Finché la volontà di resistere permane, l’attaccante non ha che due alternative: continuare a bombardare (o escalare l’impiego della forza); o desistere dal perseguimento del proprio obiettivo politico iniziale. Secondariamente, è un approccio che storicamente non ha mai raccolto risultati apprezzabili se utilizzato come strumento a se stante come in questo caso. Pensare al solo strumento aereo ha di fatto compromesso fin dall’inizio le possibilità americane di successo.

La seconda dinamica che spiega la situazione attuale e la sua difficile soluzione è relativa ai costi dell’attuale guerra. Le stime variano, ma l’ultima citata da Reuters parla di 29 miliardi di dollari. Tale somma è superiore a quella indicata in precedenza perché includerebbe anche i costi per riparare varie strutture colpite dall’Iran durante le settimane di conflitto aperto. Tuttavia, dobbiamo segnalare tre elementi cruciali. Primo, la cifra potrebbe essere comunque al ribasso sia perché le infrastrutture americane che sono state danneggiate o distrutte dai precisi attacchi iraniani potrebbero prevedere costi maggiori e la quantità di danni è al momento non disponibile pubblicamente anche se un recente report della CNN ha fatto luce sui significativi danni subiti. Questi ultimi poi creano un vuoto nelle capacità militari americane, e questa potrebbe essere una ragione per la pausa operativa a cui stiamo assistendo in attesa che quelle capacità vengano in qualche modo ripristinate, e sottolineano anche una decrescente capacità di deterrenza americana nella regione.

Secondariamente, il problema dei costi maschera un altro problema strettamente correlato, ovvero quello della disponibilità di munizionamento necessario negli arsenali. Infine, altre stime non ufficiali indicano costi ben superiori, ovvero circa 40 miliardi di dollari per solo il periodo tra il 28 febbraio e il cessate il fuoco di inizio aprile quindi senza prendere in considerazione gli armamenti e i costi logistici di mantenere flotta, uomini e mezzi nella regione.

In conclusione possiamo dire che la scelta dello strumento, il solo potere aereo, che lascia la scelta sul continuare o meno il conflitto all’altra parte, e i costi esorbitanti evidenziati sono i due elementi che spiegano l’attuale situazione di stallo in cui Washington si è impantanata e non offrono facili soluzioni perché la ripresa del conflitto o la sua escalation porterebbe a costi umani ed economici molto superiori, senza la certezza di un risultato politico; mentre cedere sulle proprie richieste causerebbe agli Stati Uniti un danno di immagine e prestigio incalcolabile a livello internazionale.

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