Le proteste che stanno scuotendo il medio oriente imperversano su paesi dagli equilibri molto fragili che, a loro volta, rischiano di investire altrettanto delicate situazioni regionali. Iraq e Libano, dove si concentra il grosso delle tensioni delle ultime settimane, sono Stati molto complessi, divisi al loro interno in diverse comunità sia religiose che etniche. E si tratta di nazioni poi dove l’influenza sciita è molto importante: in Iraq gli sciiti costituiscono la maggioranza della popolazione e dal 2005 il primo ministro spetta a loro, in Libano gli Hezbollah sono al governo ed appaiono inseriti pienamente nel contesto politico del paese dei cedri.

Non c’è da sorprendersi dunque se da Teheran si guarda con molta attenzione a quanto sta capitando in questi giorni. L’Iran, potenza sciita per eccellenza e retta dal 1979 da una teocrazia guidata dal clero sciita, teme di subire un ulteriore isolamento nel caso di nuove destabilizzazioni dei governi giudicati vicini alle posizioni degli ayatollah. Per tal motivo non possono essere catalogate come una sorpresa le continue voci, diffuse in questi giorni, che parlano di importanti manovre iraniane relative soprattutto all’Iraq.

Il generale Soleimani presente a Baghdad?

Nella capitale irachena, a partire dallo scorso mese di ottobre, sono scoppiate manifestazioni rivolte soprattutto contro il governo. L’attuale esecutivo è guidato da un premier sciita: si tratta di Adil Abdul-Mahdi, figura di compromesso tra le posizioni dei due principali raggruppamenti sciiti in parlamento, quello cioè guidato da Moqtad Al Sadr e quello che fa capo al movimento Fatah, vicino alle milizie sciite anti Isis. Il primo è giudicato come un partito “populista” che, tra le altre cose, chiede la fine di ogni ingerenza straniera in Iraq, a partire da quella iraniana. Il secondo invece, è composto da una coalizione considerata molto vicina a Teheran. Nel governo però, è bene sottolinearlo, sono rappresentate anche le altre componenti religiose ed etniche del paese, a partire da sunniti e curdi, oltre che partiti considerati non confessionali.

Gli sciiti però, forti del fatto di rappresentare la maggioranza degli iracheni, hanno il peso politico maggiore all’interno dell’esecutivo. Un eventuale indebolimento di Mahdi o la caduta stessa del suo governo, non sarebbero un buon segnale per l’Iran. Da Teheran si guarderebbe con così tanta attenzione alla situazione irachena che, come scritto in primis in un reportage dell’Associated Press, a Baghdad sarebbe stato avvistato persino il generale Qasem Soleimani. Quest’ultimo rappresenta una figura non solo miliare, ma anche politica di primaria importanza nel contesto diplomatico iraniano. Di fatto, è a lui che vengono affidate le chiavi delle posizioni di Teheran quando si parla di medio oriente.

Chi è il generale Soleimani

“In Iran sappiamo come affrontare questo tipo di proteste. È successo e abbiamo riportato la situazione sotto controllo”: sarebbero state queste, come riportato da testimoni all’Associated Press, le parole di Soleimani ai vertici delle forze di sicurezza irachene nel corso di una riunione tenuta a Baghdad. Parole tutte da verificare, ma di certo che da Teheran possa essere arrivato l’ordine di proteggere il fragile equilibrio istituzionale iracheno non è affatto uno scenario inverosimile. E la presenza di Soleimani confermerebbe i timori dell’Iran. Il generale, come detto, ha in mano tutti i dossier principali del medio oriente che interessano Teheran. Il suo non è solo un ruolo militare, peraltro molto importante visto che è al timone della brigata Quds, tra le più importanti interne ai Pasdaran. Soleimani rappresenta una figura rispettata a livello politico, in grado di presentare al meglio le istanze iraniane.

Il generale è il classico personaggio temuto e rispettato, così come amato ed odiato contemporaneamente. C’è chi, soprattutto in Siria, lo considera un eroe: spesso è stato visto sul campo durante gli anni più delicati della lotta al califfato, a supporto dell’esercito siriano. Nel conflitto civile che dal 2011 coinvolge la Siria, sono morti almeno mille iraniani, a testimonianza del contributo di Teheran a favore di Assad. Ma c’è anche chi in medio oriente lo considera un nemico, a partire da Israele ed Arabia Saudita.

Ma lui, il generale avvistato sempre nei campi più delicati, conosce bene sia i suoi estimatori che i suoi detrattori. Ad esempio, subito dopo la caduta di Saddam Hussein gli Usa, che nei mesi scorsi hanno imposto sanzioni ai Pasdaran, avrebbero chiesto la mediazione di Soleimani in Iraq per fermare l’avanzata delle milizie dell’esercito del Mahdi, guidato da quel Moqtad Al Sadr oggi a capo della lista sciita più numerosa in parlamento. Così come, Soleimani avrebbe collaborato sempre con Washington sul fronte afghano subito dopo lo scoppio della guerra del 2001. Una figura spesso al centro dunque delle situazioni più delicate e la sua presenza a Baghdad, se confermata, rende bene l’idea di cosa c’è in ballo in questo momento all’interno dello scenario iracheno.

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