«L’ onda d’urto dell’autobomba mi ha catapultato al di là di un muretto riparandomi dalle schegge. Subito dopo l’esplosione ho scavato fra le macerie recuperando con le mani insanguinate tre dei nostri feriti. Una volta tornato a casa è crollato tutto. Dormivo con un coltello da combattimento sotto il cuscino e ho pensato più volte di suicidarmi». Nella lunga e amara lettera scritta da Fernando, che vive in Toscana, non c’è solo il dramma del conflitto in Afghanistan, ma la cicatrice invisibile che gli ha lasciato nella mente. Anche i militari italiani sono stati colpiti dalla «sindrome del Vietnam», i disturbi post traumatici da stress di combattimento (Dpts) provocati da eventi drammatici come un attacco kamikaze, i combattimenti contro i talebani o gli scontri in Irak durante le nostre guerre di pace. I sintomi sono incubi terribili, crisi di panico, aggressività, istinti suicidi, ma i numeri dei soldati che hanno la guerra dentro sono ancora un tabù. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha ordinato «un bilancio totale corretto e reale» sui militari colpiti da disturbi psicologici, dopo le missioni in zone di guerra.

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Per ora si conosce solo la punta dell’iceberg: dal 2009 al 2018 sono stati rimpatriati dai teatri operativi 222 militari con problemi mentali di vario genere. Dal 2005 al 2011 i casi accertati erano stati 267. Per vergogna, ignoranza, ostacoli burocratici, o problemi legati ai riconoscimenti economici la malattia fantasma è rimasta a lungo un tabù. «Bisogna rassicurare i soldati che hanno bisogno di assistenza sul fatto che chiedere aiuto psicologico non provocherà in automatico problemi di carriera – ha dichiarato il ministro Trenta – e che un percorso di recupero ben fatto può renderli anche più resilienti e forti a vantaggio dell’esigenza operativa». Il primo maresciallo Fernando, che non vuole fare sapere a tutti il cognome ricorda come «il 30 giugno 2011 i talebani abbiano fatto saltare un’autobomba davanti alla sede del Prt con l’obiettivo di aprire una breccia e fare entrare altri kamikaze». Veterano delle missioni all’estero dai Balcani al Libano si salva per miracolo dall’esplosione e impugna la pistola per fronteggiare il nemico. Poi scava con le mani fra le macerie per salvare i commilitoni. «Al rientro in Italia sono cominciati gli incubi, l’insonnia, le allucinazioni su ombre che vedevo in casa, l’aggressività e gli sbalzi di umore. Il primo anno dopo l’attentato l’ho passato chiuso nel mio studio dove uscivo solo per mangiare e andare al bagno – spiega Fernando affetto da stress post traumatico – Ho pensato di buttarmi giù dal balcone e rischiato di accoltellare mia moglie e mio figlio in momenti d’ira. Per stare male non devi avere perso per forza un braccio o una gamba».

Rachele Magro, psicoterapeuta, si è occupata di diversi casi di stress da combattimento: «Uno dei ragazzi andava in giro armato dopo essere rientrato in Italia per paura che qualcuno volesse fargli del male. Altri sono stati lasciati dalle consorti per i loro disturbi. Molti si sono attaccati alla bottiglia o usano psicofarmaci per offuscare i ricordi, ma non serve a nulla». Pure le donne soldato sono state colpite dalla «sindrome del Vietnam». Sulla pagina Facebook del ministro della Difesa, l’ex militare Valeria Monachella ha scritto: «In Afghanistan ho subito un attacco terroristico con la brigata Sassari (…) Invece di aiutarmi a riprendermi da una sindrome da stress post traumatica conclamata, l’esercito mi ha messo alla porta (…)». Magro, che è presidente del gruppo l’«Altra metà della divisa», composto da familiari dei nostri militari, rivela che «come associazione abbiamo evitato 5 suicidi dovuti al disturbo post traumatico solo nell’ultimo anno. E temo che possano aumentare sensibilmente».

In settembre è stato inaugurato dal ministro Trenta, presso l’ospedale militare il Celio di Roma, il Centro veterani che si occuperà anche dei militari affetti da Dpts. «Talvolta si nascondono per omertà e timore di cosa può pensare il commilitone o la comunità dove vivi, ma chi è afflitto da disturbi post traumatici può e deve parlare», sottolinea Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare dopo essere rimasto paralizzato durante la battaglia del pastificio in Somalia nel 1993. «Ai miei tempi il problema non veniva preso in considerazione. Adesso l’esercito sta cercando di avere due psicologi per brigata e uno fisso in teatro di operazioni – spiega Paglia costretto da un proiettile su una sedia a rotelle – In ottobre quando a Mogadiscio un nostro convoglio è stato attaccato da un kamikaze la Difesa ha inviato subito una squadra di psicologi».

I problemi della malattia invisibile sono anche di altro genere e riguardano la ritrosia delle Commissioni militari ospedaliere sul territorio a riconoscere il Dpts. «Alcune sono più flessibili – ha scritto nella lettera denuncia Fernando – Ma siamo arrivati all’assurdo di tentare di catalogare un attentato con una moto imbottita di esplosivo, che fece ribaltare il Lince, come incidente stradale». Anche nel privato c’è chi ne approfitta: «Il primo medico legale a cui mi sono rivolto, una psichiatra di Firenze, mi aveva scambiato per un bancomat. Mi convocava per nulla e ogni volta mi chiedeva 100 euro». Al maresciallo sopravvissuto all’Afghanistan era stata riconosciuta un’invalidità del 24%, che per un punto non concede il diritto alla pensione seppure minima. Così ha dovuto fare causa al ministero della Difesa ottenendo il riconoscimento del 63% di invalidità complessiva. «Esiste un sottobosco o meglio dire una giungla di faccendieri che lucrano sulle persone come noi – spiega Fernando – Compresi legali che prendono sostanziose percentuali pure sugli interessi maturati allungando la causa di tre o quattro anni». Tutto a carico del militare che deve sborsare dai 45mila ai 60mila euro. La lettera di Fernando si conclude con un amaro sfogo: «La morale di questa storia è che sono stato ferito più volte dall’attentato, dalle Commissioni militari ospedaliere, dagli avvocati, dai medici legali, dall’Inps. Alla fine quello che mi ha fatto saltare in aria è stato il più degno di tutti».

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