“Ci stiamo preparando alla battaglia finale, le nostre forze non hanno effettuato alcun arretramento”. Questo l’annuncio fatto via Facebook dalle milizie impegnate nell’operazione per la liberazione di Sirte, capitanate dalla milizia di Misurata, che smentiscono così le voci di una perdita di terreno, dopo la controffensiva lanciata ieri dai miliziani dello Stato Islamico nella zona occidentale della città.Verso la battaglia finaleSecondo il comunicato diffuso dall’operazione “Albinyan Almarsous”, le milizie impegnate nella liberazione della roccaforte jihadista manterrebbero l’assedio sui miliziani dell’Isis, che sarebbero accerchiati in un’area di 15 chilometri quadrati. Le milizie di Misurata, prosegue la nota, hanno strappato all’Isis “un deposito di munizioni”, e ingaggiato duri scontri con i miliziani di Daesh “nei dintorni del centro conferenze Ouagadougou”, “mentre l’aviazione libica ha effettuato diversi raid aerei”.Le zone conquistate e le retrovie vengono messe in sicurezza progressivamente dai miliziani, che stanno inoltre bonificando le aree strappate ai jihadisti dalla presenza di mine ed esplosivi.Il pericolo, infatti, è quello di attacchi kamikaze nelle zone in cui potrebbero ancora nascondersi cellule dell’Isis, che in un comunicato diffuso sul web ha affermato di aver respinto l’avanzata degli “apostati” a sud di Sirte, uccidendo almeno sette miliziani e “sequestrando loro quattro vetture equipaggiate con mitragliatrici e diverse armi e munizioni”.Per approfondire: Sirte, i jihadisti si imbarcano per l’ItaliaGli uomini del Califfato, infatti, vanno avanti con “armi da fuoco e carri armati”, a cui si aggiunge l’azione dei cecchini posizionati sugli edifici. Ma le milizie libiche tengono testa alle bandiere nere e consolidano le proprie posizioni. Nella mattinata di mercoledì, sarebbe stata, infatti, l’operazione per la liberazione di Sirte ad aver respinto una nuova offensiva jihadista nei pressi del porto della città.Il rischio di un “Emirato del Sahara”Le notizie che arrivano sono quindi contrastanti. Per questo che l’operazione Albinyan Almarsous ha annunciato che sta mettendo a punto una radio dalla quale verranno diffuse le notizie riguardanti la situazione sul terreno, proprio per contrastare i falsi annunci trasmessi dall’Isis.La radio del Califfato, infatti, nonostante i bombardamenti, continua a trasmettere da Sirte, promettendo “nuovi attacchi kamikaze nel centro della città”. I jihadisti dell’Isis impegnati a difendere la propria roccaforte a Sirte, sono circa 5mila. Tra loro ci sarebbero soprattutto combattenti africani, reclutati di recente, e, secondo le testimonianze della popolazione in fuga dalle zone di combattimento, più di 800 tunisini. Secondo Rafaa Tabib, analista locale esperto di questioni libiche, a questo punto gli uomini del Califfato potrebbero lasciare la città con diversi carichi di armi pesanti per stabilirsi nella regione desertica del Fezzan. Il rischio è che i miliziani dell’Isis possano installarsi nella zona desertica a ridosso di città come Ghadamesh, prendendo possesso di un’area nel Sahara al confine fra Libia, Tunisia e Algeria, dove reclutare nuovi mercenari e da dove far partire nuovi attacchi, anche nel sud della Tunisia.Ok dell’Onu alle ispezioni sulle navi nel MediterraneoIntanto ieri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oltre a fare un nuovo appello all’unità rivolto alle milizie libiche e al governo di unità nazionale, ha approvato all’unanimità una risoluzione che autorizza la missione “Sofia”, che opera nell’ambito della crisi dei migranti nel Mediterraneo, ad “ispezionare le navi nelle acque internazionali al largo delle coste libiche” sospettate di trasportare armi verso la Libia in violazione dell’embargo. Le Nazioni Unite, inoltre, con la risoluzione, autorizzano gli Stati membri a “sequestrare e smaltire tali armi distruggendole o rendendole inutilizzabili”. Il rischio è infatti che le armi di contrabbando finiscano nelle mani dello Stato Islamico, rinforzandone la capacità di combattimento. Il Palazzo di Vetro, infine, ha espresso la propria preoccupazione riguardo la crescente minaccia posta dai gruppi e dalle cellule terroriste affiliate all’Isis e dal flusso di foreign fighters.

Nel campo comunista di Goli Otok
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