Si torna a parlare di una eventuale spartizione della Siria, come soluzione al conflitto siriano. Il primo ad accennare ad una soluzione di questo tipo era stato Henry Kissinger, nel giugno del 2013. Intervenendo alla Gerald R. Ford School of Public Policy, l’ex segretario di Stato americano, parlando del conflitto in Siria, pose infatti l’accento sulla realizzazione di un eventuale “piano b”, insomma di una strategia per uscire dall’impasse siriana, basata sulla ridefinizione dell’assetto statuale siriano seguendo delle linee di frattura etniche e religiose.
“Ci sono tre scenari possibili in Siria: una vittoria di Assad, una vittoria dei ribelli sunniti, e uno scenario in cui le varie nazionalità si accordino per convivere in regioni più o meno autonome, che è lo scenario che io preferirei vedere”, affermava nel 2013 alla Ford School lo stratega americano, mentre teorizzava la costruzione sulle ceneri della Repubblica Araba Siriana di uno Stato alawita, di un “Sunnistan”, e di un Kurdistan siriano. Una transizione politica guidata da un sunnita, o da una personalità legata al clan religioso degli Assad, secondo Kissinger, si tradurrebbe infatti, in un perpetuo bagno di sangue.
Ora a rilanciare le tesi dell’ex segretario di Stato americano arriva anche Mosca, che, per bocca del viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha fatto sapere in un briefing di non escludere l’ipotesi della previsione di un assetto federale per la Siria del post-conflitto. Se, infatti, un modello di questo tipo risulterà soddisfacente per tutte le parti coinvolte nei negoziati, perché non metterlo in atto, dice Mosca. O meglio, per dirlo con le parole del vice ministro, se tutte le parti “arriveranno all’idea consolidata che questo modello – quello federale, ndr – è conveniente per loro e garantisce l’obiettivo di mantenere la Siria unita, secolare, indipendente e sovrana, allora chi potrebbe fare obiezioni?”. La decisione, comunque, ribadisce Ryabkov, spetta ai siriani e al tavolo dei negoziati, affermando infine che non si tratterebbe, in ogni caso, di uno scenario come quello, ad esempio, del caso kosovaro.
Il no alle ingerenze esterne sul futuro della Siria è stato quindi ripetuto da Ryabkov, come dal governo di Damasco. Ma il leader druso Walid Jumblatt, in un’intervista al quotidiano La Stampa, accusa Mosca e Washington di essere in realtà già d’accordo per una spartizione del Paese. “Russi e americani, ha affermato il capo storico della comunità drusa, “si sono messi d’accordo alle spalle del popolo siriano, parlano di Stato federale: ma è come la Polonia nel 1939, un pezzo a me e un pezzo a te”. “I curdi avranno la loro parte, gli alawiti la loro, e poi i sunniti, mentre drusi e cristiani sono alleati di complemento: circola già una mappa realizzata dalla Rand Corporation, che dice tutto”, continua Jumblatt, “ma la Siria non esiste più, un Paese distrutto, dieci milioni di profughi e sfollati”. Per il leader druso il rischio del “federalismo mediorientale” è infatti quello della deriva settaria. Insomma, della balcanizzazione dello Stato siriano. Che avrebbe come risultato un’instabilità senza fine e senza rimedio.
Intanto, Mosca e Washington, come si apprende da fonti ufficiali, continuano a cooperare a livello militare per il rafforzamento ed il rispetto del cessate il fuoco. E gli sforzi delle due potenze si concentrano anche sul piano diplomatico per supportare gli sforzi delle nazioni unite per la ripresa dei colloqui fra le parti a Ginevra e per facilitare la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione stremata.
La soluzione politica del conflitto passa infatti per Ginevra. Qui, si deciderà quale forma dare alla nuova Siria post-Assad. Colloqui, quelli di Ginevra che però sono già slittati di due giorni, dal 7 al 9 marzo, per “consentire un tempo adeguato per affrontare questioni di carattere logistico e pratico”, come ha comunicato l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura. Tra queste, la questione dei curdi siriani, che premono per avere accesso al tavolo dei negoziati.