Siria, un anno dopo: da Assad ad Al Sharaa, la pace è ancora lontana

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Fino al 26 novembre 2024, esisteva una Siria. Quella degli Assad, famiglia alawita al potere a Damasco da oltre mezzo secolo prima con Hafez e poi con il figlio Bashar. Quel giorno però, è cambiato tutto improvvisamente. A quella Siria, stanca e provata da almeno 13 anni di guerra civile, è bastata una piccola spinta per cadere e scomparire dalla storia. A infliggere il colpo fatale sono stati gli uomini di Hayat Tahrir Al Sham, formazione un tempo nota come Fronte Al Nusra e di fatto costola locale di Al Qaeda. Su ordine del loro leader Al Joulani, dalle campagne di Idlib (unica provincia ancora fuori dal controllo degli Assad) i miliziani nel giro di pochi giorni sono arrivati ad Aleppo. Da qui un effetto domino che ha causato il più imprevedibile dei ribaltamenti: l’8 dicembre, senza quasi sparare un colpo, i combattenti sono arrivati a Damasco. E, da allora, è iniziata un’altra storia.

Cosa è cambiato a Damasco

Dal crollo del governo degli Assad è passato esattamente un anno. Impossibile non domandarsi cosa è cambiato in questi 12 mesi. In primo luogo, è cambiato il nome di Al Joulani: una volta insediatosi come presidente, il leader di Hayat Tahrir Al Sham ha preferito eliminare il suo nome di battaglia e farsi chiamare con il suo vero nome, Ahmed Al Sharaa. É poi cambiata la bandiera: ammainato il tricolore nero, bianco e rosso con le due stelle verdi al centro, in tutti gli edifici pubblici è comparso il vessillo usato dalle varie opposizioni armate all’inizio della guerra civile.

Oggi è il tricolore verde, bianco e nero, con tre stelle rosse al centro, a dominare lungo le strade di Damasco e delle altre principali città. Una bandiera che non è inedita, ma ripresa da quella precedente all’era degli Assad. A cambiare inoltre, sono stati in parte i confini: con l’esercito siriano in ritirata, il premier israeliano Netanyahu ha piazzato i propri soldati sul Monte Hemron e si è spinto fino a 30 km da Damasco. Oggi, in quella che fino a un anno fa era un’area neutrale di confine gestita dall’Onu dopo l’armistizio del 1974, sono molte le località occupate dall’Idf.

Una guerra finita, una pace non ancora iniziata

Il ribaltamento del conflitto che ha portato agli eventi dell’8 dicembre di un anno fa, non è stato figlio di una mera casualità. Al contrario, si è trattato di un piano orchestrato da anni da Al Joulani (ora Al Sharaa). L’8 dicembre, di fatto, è iniziato molto prima. Quando dopo aver recuperato il terreno perduto durante i primi anni di guerra civile, il governo di Bashar Al Assad non ha avviato un vero programma di riconciliazione e non è riuscito a chiudere definitivamente il conflitto. Nel frattempo il sostegno di Mosca, vitale per sopravvivere a livello militare, è diminuito quando il Cremlino ha avviato la guerra in Ucraina.

Dalla sua roccaforte di Idlib, Al Joulani ha fiutato l’aria e ha deciso di dare la spallata decisiva contro Assad. Ha approfittato di un esercito siriano ormai convinto di aver consolidato il controllo sui territori recuperati, lanciando i propri uomini ben armati e motivati contro soldati impreparati e colti di sorpresa. L’improvviso ribaltamento del conflitto si spiega così. La guerra ha preso un’altra piega e ha avuto un esito ben lontano da quello immaginato da tutti fino a 12 mesi fa. Ma in Siria si sta continuando a combattere: vendette settarie, scontri tra comunità e le azioni israeliane contro le nuove forze di Damasco, stanno impedendo al Paese di raggiungere una vera pace.

La riabilitazione di Al Joulani

Quanto accaduto l’8 dicembre 2024, ha generato poi paradossi e ulteriori scenari inaspettati. Nessuno un anno fa poteva immaginarsi l’ex quaedista Al Joulani passeggiare, con il nome di Al Sharaa e in qualità di presidente siriano, tra le strade di New York e Washington. Con tanto di intervista rilasciata a un certo David Petraeus, ossia l’ex capo della Cia. Proprio gli Usa, al pari dell’Europa e di altri attori internazionali, hanno tolto le sanzioni rivolte al governo siriano e rivolte personalmente ad Al Sharaa. La stessa Russia, non ha potuto fare altro nei mesi scorsi che accogliere al Cremlino il nuovo leader di Damasco. E il diretto interessato, dal canto suo, ci tiene anche a distanza di un anno a tranquillizzare tutti: “Non ci sarà alcun emirato in Siria e le minoranze verranno tutelate”, ha più volte ripetuto. Rassicurazioni a cui forse in molti sono costretti a credere, sullo sfondo di un Paese in macerie e non ancora riappacificato.