La geopolitica della corsa allo spazio
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Sono cifre impietose quelle che fotografano la condizioni della popolazione siriana da quando è iniziata la guerra nel 2011: sui circa 23 milioni di abitanti che la Siria aveva prima del conflitto, almeno la metà ha abbandonato le propria casa anche se non tutti sono andati all’estero; si calcola infatti, che su undici milioni di profughi causati dai combattimenti iniziati oramai sei anni fa, circa 5.5 milioni sono fuggiti al di fuori dei confini del paese ma almeno altrettanti sono rimasti in Siria rifugiandosi in città non coinvolte dal conflitto oppure in appositi campi allestiti in aree ritenute sicure. Ma non solo: la stragrande maggioranza dei siriani che ha preferito andare all’estero, ha trovato spazio nei Paesi vicini e si calcola, almeno stando a quanto dichiarato dall’Unhcr, che tra Turchia, Libano e Giordania sono presenti cinque milioni di cittadini siriani, “soltanto” (si fa per dire) mezzo milione ha scelto la via europea percorrendo la famigerata rotta balcanica chiusa poi dopo i tre miliardi dati dall’Ue ad Erdogan per tenersi in casa i profughi. E poi, inesorabilmente, c’è anche il conto più salato che il destino di ogni guerra presenta al popolo che la subisce e cioè quello che riguarda le vittime: sono almeno trecentomila i civili periti dal 2011 ad oggi a causa del conflitto.

L’inversione di tendenza: più di mezzo milione di siriani è tornato a casa nel 2017

Ma alcuni dati iniziano a segnalare una certa inversione positiva: complice l’avanzata siriana sia ad Aleppo, la quale è stata riconquistata interamente nello scorso mese di dicembre, che nella provincia della seconda città siriana a discapito delle formazioni terroriste e dell’Isis, molti quartieri, paesi e villaggi sono tornati ad essere abitabili ed al sicuro e dunque in tanti hanno preferito effettuare il percorso contrario a quello intrapreso ad inizio guerra tornando nelle proprie case. Il fenomeno appare in costante crescita, anche se al momento riguarda maggiormente i siriani che avevano deciso di trovar rifugio in altre aree del Paese: ad Aleppo, lungo la piana compresa tra i laghi al Jaboul ed Assad, così come ad Homs ed in diverse aree rurali ad est di Damasco e nel Qalaqoum, sono sempre più frequenti le immagini di intere famiglie in cammino accompagnate nei propri quartieri di provenienza.

A volte si ritrova la casa, altre volte solo macerie, così come in alcuni casi si rivedono vicini o parenti di cui non si avevano notizie da anni, in altri invece si scopre come tutto è cambiato e nulla sarà più come prima del 2011; per chi ritorna però, vi è la grande speranza di un ripristino delle condizioni di normalità e di una quotidianità da vivere nuovamente tra le mura od in alcuni casi tra le macerie che ricompongono mentalmente la propria vita prima della guerra. Il fenomeno dei rientri presso le proprie abitazioni riguarda soprattutto Aleppo e la sua provincia: fino all’ottobre del 2015, meno della metà della città era in mano governativa mentre il territorio circostante era diviso tra Al Nusra e l’Isis; oggi invece, come detto in precedenza, la capitale economica siriana è interamente controllata dall’esercito il quale ha anche recuperato almeno il 40% dell’intera superficie della sua provincia.

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Anche ad Homs si procede con i primi tentativi di ricostruzione della città, a partire dal recupero del vecchio mercato e dal restauro dei monumenti del suo centro storico ed anche qui sono diversi i siriani che stanno facendo rientro nelle proprie case; a volte ci si accontenta di dormire in alloggi di fortuna vicini alla propria abitazione sventrata dai combattimenti, in attesa che i piani di ricostruzione della terza città siriana progrediscano al pari del ristabilimento integrale delle condizioni di sicurezza. La stessa capitale Damasco, la cui popolazione negli anni ha assorbito i profughi dell’est e del nord del paese, oggi lentamente riprende ad avere la sua fisionomia sociale pre bellica: tanti siriani che avevano qui trovato rifugio tornano a casa, mentre nei quartieri di recente liberati dalla presenza dei terroristi a sua volta si assiste al rientro di chi già dal 2012 era andato in Libano a trovar riparo dalla guerra. In totale, secondo il portavoce dell’Unhcr Andrej Mahecic, sono più di cinquecentomila i siriani che ad oggi sono tornati nel luogo in cui abitavano prima dell’esplosione dei combattimenti.

Il rientro non riguarda i profughi fuggiti in Europa

C’è però da fare un distinguo in seno al fenomeno del massiccio contro esodo di più di mezzo milioni di siriani: dei cinquecentomila rientrati nelle proprie città, solo 31mila erano rifugiati all’estero e di questi in gran parte provengono dai campi profughi di Libano e Turchia; tra chi invece aveva scelto la rotta balcanica verso il vecchio continente,  solo poche decine di unità sono rientrate in patria. Il fenomeno in tal senso non solo è in controtendenza rispetto al progressivo rientro dei siriani a casa, ma al tempo stesso è molto diverso rispetto a quanto accaduto nel nord dell’Iraq dopo la chiusura della rotta balcanica: in quel caso, già pochi mesi dopo l’arrivo di profughi soprattutto in Germania, in tanti avevano deciso di rientrare in aereo ad Erbil e dirigersi nelle proprie case.

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I siriani presenti in Europa, sembrano al momento non voler rientrare nel proprio paese: diffidenza, ad un lato, ma anche preoccupazione e paura, sono tra le principali cause della volontà di non allontanarsi dal vecchio continente, verso cui comunque, almeno dalla Siria, non si parte più. Proprio per l’Europa, in relazione al flusso di migranti da o verso il medio oriente, sembra invece essere di maggior urgenza un maggior controllo sul fenomeno del rientro dei foreign fighters dalle zone calde del conflitto siriano: come dimostrato dai recenti fatti di Barcellona, l’allerta terrorismo è molto alta e se da un lato la sconfitta militare dell’Isis in Siria ed Iraq appare come un fatto molto positivo, dall’altro però aumenta il pericolo derivante da un ritorno nel vecchio continente di chi in medio oriente ha combattuto sotto le insegne del califfato.

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