Ribelli e militari turchi in Siria devastano monumenti e chiese

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

L’avanzata turca nel nord della Siria, iniziata il 20 gennaio scorso, ha squarciato il velo sulla galassia ribelle. Coloro che fin dall’inizio della guerra in Siria venivano dipinti come “moderati” e alternativi al governo di Bashar al Assad, sono ora chiamati “jihadisti”.

Un’inversione a U che preoccupa: come mai si sono tollerati questi gruppi estremisti per anni? E perché solamente ora vengono riconosciuti come tali? La guerra di Siria ha dimostrato al mondo che esiste una vulgata a cui tutti sono più o meno legati e che è destinata a svanire soltanto quando quell’ipocrisia non è più necessaria. È una verità malleabile, a immagine e somiglianza di chi se ne serve per scopi politici.

La tolleranza nei confronti di questi gruppi è dovuta principalmente ai burattinai che li muovevano (e muovono ancora). Inutile negarlo. Non è cambiato l’esercito siriano libero: è cambiata la sua utilità. Così come è cambiata l’utilità di Recep Tayyip Erdogan, da avversario di Damasco a partner instabile del blocco di Astana.

L’operazione Ramoscello d’olivo, l’avanzata di Ankara nella Siria settentrionale, è servita probabilmente a fugare i dubbi di molti. Per altri, invece, divisi fra il supporto morale ai curdi e la volontà di accusare comunque l’esercito siriano, si è trattato di ammettere l’evidenza: nel nord della Siria, il Free syrian army è una milizia a tutti gli effetti jihadista.

L’Esercito siriano libero è stata la bassa manovalanza della Turchia ad Afrin. I miliziani del gruppo hanno saccheggiato la città e minacciato di sterminare i curdi, come si può vedere in diversi filmati diffusi in rete. Altri, come si evince in un video, invocano la conversione forzata degli sciiti, definiti come “infedeli”, e lo sterminio dei curdi.

Ma anche l’esercito turco non è da meno. Una foto scattata a Rajo mostra un soldato di Ankara accanto a una scritta che dice: “Roma non so, ma Rajo l’abbiamo bruciata noi”. Un sadico gioco di parole sull’incendio che distrusse l’Urbe nel 64 d.C. e che mostra un metodo di comunicazione, con i riferimenti a Roma e al suo annientamento, che ricorda la propaganda delle riviste islamiste.

E del resto, osservando il percorso politico della Turchia del Sultano, non deve sorprendere che l’esercito turco e le sue milizie siriane siano legate profondamente all’islam radicale. Il repulisti di Erdogan dopo il fallito golpe ha debellato le speranze che le forze armate turche rappresentassero il baluardo della laicità all’interno dello Stato. Ora è Erdogan il dominus dell’esercito. E nei suoi sogni neo-ottomani rientra anche la volontà di farsi promotore dell’avanzata della sua visione dell’islam.

Secondo diverse fonti, inoltre, i raid turchi avrebbero distrutto anche il sito archeologico di Badr, quindici chilometri a sud di Afrin. Nel 2001 il sito era stato inserito dall’Unesco nella lista dei patrimoni dell’umanità. Sempre sotto il fuoco turco, sarebbe stato distrutto anche il tempio di Ain Dara, del primo millennio avanti Cristo. In questo, i soldati di Erdogan non si differenziano poi molto dalle milizie jihadiste che lo scorso ottobre hanno distrutto un monastero, datato tra il II e il VI secolo dopo Cristo, a Jabal Barisha, nella provincia di Idlib, dove sono asserragliati Ahrar al Sham e la vecchia Al Nusra.