Tre anni fa, l’Esercito dell’Islam, nel pieno del suo potere, sfilava nei sobborghi di Damasco in mano ai ribelli con blindati, armamenti e migliaia di uomini. In quella parata, c’era la certezza che la guerra per rovesciare il governo siriano fosse ormai a un ottimo punto. L’esercito indietreggiava, Bashar al Assad sembrava destinato a cadere. Tutto remava contro le resistenza dei governativi.

La parata di Duma della primavera del 2015 certificava la forza dei ribelli supportati dai sauditi nella Ghouta. Lì dove per anni si credeva avessero creato una piattaforma di lancio per un attacco via terra contro Damasco, per colpire il cuore della Siria.

Ma il cuore della Siria batteva più forte rispetto a quello dei jihadisti. L’avanzata dell’esercito siriano, grazie all’ingente soccorso delle forze iraniane e dell’aeronautica russa, ha rovesciato i piani della monarchia araba. E l’Esercito dell’Islam ora si ritrova da solo nella Ghouta orientale, cinto d’assedio dalle forze governative e con i suoi combattenti che affrontano una scelta definitiva: arrendersi o morire.

Arrendersi o morire

Duma è l’ultima sacca ribelle nella parte orientale di Ghouta. Migliaia di combattenti di Ahrar al-Sham e Faylaq al-Rahman hanno ceduto i loro sobborghi nelle mani del governo grazie un accordo negoziato dalla Russia. E per giorni gli jihadisti sono usciti dalle loro postazioni per lasciare la Ghouta con convogli di autobus in direzione di Idlib. Ma quelli che sono partiti, sono in buona parte terroristi che nulla hanno a che fare con Duma.

Al contrario, l’Esercito dell’Islam, chiamato Jaysh al-Islam in arabo, è nato lì e non ha altre roccaforti nel Paese. Come spiega Faysal Itani dell’Atlantic Council  per Associated Press, “Jaysh al-Islam è un fenomeno molto locale, che emerge da quello specifico tessuto sociale e dalla scuola di pensiero salafita della campagna di Damasco“. “Più precisamente, Jaysh al-Islam è una creatura di Duma, e non so come sopravviverebbe al di fuori di essa”, specialmente a Idlib, dove le fazioni ribelli hanno già scatenato una guerra fratricida.

Per il gruppo che spadroneggiava nella periferia estrema di Damasco e che ha colpito con colpi di mortaio la capitale siriana, è una sconfitta clamorosa. Ma è anche un riflesso dell’abbandono dello scenario siriano da parte dell’Arabia Saudita, una volta un importante sostenitore dei ribelli siriani.

La trattativa con i russi

Secondo alcune stime, sarebbero almeno 10mila i ribelli dell’Esercito dell’islam assediati a Duma. Con essi, molte migliaia di civili che adesso premono sui ribelli per lasciarli scappare. Potrebbe essere l’ultima grande battaglia nella periferia di Damasco che si prepara a combattere l’esercito siriano. Diversi attivisti affermano che i russi avrebbero dato a Jaysh al-Islam 48 ore all’inizio di martedì per lasciare Duma o affrontare l’offensiva.

Il portavoce militare del gruppo, Hamza Bayraqdar, ha smentito dicendo che i combattenti dell’Esercito dell’Islam non se ne andranno mai. Ma la realtà è che il gruppo non ha molte alterantive. Andando a Idlib metterebbe i suoi combattenti in una zona dominata da al-Qaeda, con la quale ha rapporti pessimi. L’ormai noto Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna ha riferito che i russi hanno respinto la richiesta di alcuni membri dell’Esercito dell’Islam di dirigersi verso la provincia meridionale di Dar’a. E la risposta non poteva che essere negativa: una tale mossa porterebbe i miliziani a ridosso del confine giordano e con le truppe della coalizione internazionale pronte a sostenerle.

 

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