Il petrolio è sempre stato un argomento secondario nella guerra in Siria, nonostante nel Medio Oriente sia sempre difficile parlare di guerra senza parlare dell’oro nero. Ma sembra che anche quest’ultimo velo sulla guerra siriana stia per essere squarciato. Negli ultimi giorni la battaglia infuria anche sul petrolio. Sabato, l’Euphrate Post segnalava voci sempre più insistenti su Daesh che aveva assunto il controllo del giacimento di Deir Ezzor. Ma era apparso anche un video di elicotteri della coalizione internazionale a guida Usa in un’area non lontana dal giacimento di Al Omar

Secondo il quotidiano locale, nella giornata di sabato, i membri dell’Isis erano riusciti a controllare la struttura petrolifera di Al-Kam II (nota come T2), che è una delle più importanti installazioni petrolifere di Deir Ezzor. La battaglia contro i soldati siriani e le forze iraniane presenti aveva visto la sconfitta di Damasco. Secondo le informazioni ricevute, l’organizzazione terroristica non ha usato artiglieria pesante. E i tentativi di riconquista da parte dell’esercito di Bashar al Assad sono andate a vuoto.

Questi sviluppi sul campo coincidono con l”installazione di avamposti dell’esercito e delle milizie filo-governative nelle aree vicino al fiume Eufrate, in particolare vicino alla città di Al Bukamal. Questa struttura, controllata dalle forze del governo e dalle milizie iraniane e di Hezbollah dall’ottobre 2017, è l’unico punto che collega la stazione T1 in Iraq con le stazioni T3, T4 e T5 all’interno del territorio siriano, attraverso le quali petrolio raggiunge la costa siriana. Un’area estremamente importante per gli interessi economici siriani (e non solo).

Le prove video pubblicate dal sito locale che mostrano due elicotteri Blackhawk degli Stati Uniti atterrare vicino ad Al Omar, indicano che la presenza degli Stati Uniti in quell’area così ricca di petrolio della provincia di Deir Ezzor, non pè destinata a diminuire. E sono in molti a credere che nella zona est della città di Mejadin, sarà costruita una nuova base della coalizione internazionale a guida Usa.

La questione non è secondaria. Evidentemente, in questa fase di rimodellamento del conflitto siriano, anche la conquista dei pozzi di petrolio diventa un tema essenziale. Per un Paese devastato dalla guerra come è la Siria, avere la disponibilità per produrre ed esportare oro nero significa rifocillare le casse dello Stato, che versano in condizioni disperate. La ricostruzione deve ripartire anche dalla possibilità di esportare petrolio, nonostante la Siria non ne sia mai stata un grande produttore.

Ma quello che conta è che adesso tutte le potenze coinvolte in Siria hanno anche il petrolio tra i loro obiettivi. Questo non significa che la guerra sia scoppiata per i pozzi. Sarebbe riduttivo e superficiale. Ma è evidente che l’importanza dei pozzi diventa rilevante. In questo senso, anche l’offensiva turca nel cantone di Afrin riveste un ruolo fondamentale. 

Come ricordato da Il Sole 24 Ore, nell’enclave di Afrin, obiettivo dell’offensiva delle forze armate turche contro le Ypg, il controllo dei giacimenti di petrolio ha avuto un ruolo non del tutto minimo. I giacimenti dell’area sotto il controllo delle milizie curde, non solo ad Afrin, fornivano oltre 300mila barili al giorno. Un motivo valido per scatenare un’offensiva in grado di garantire che quel petrolio non finisca in mani di competitor di Ankara.

Insomma, c’è anche il petrolio in questa guerra. Non è certamente il motivo per cui è scoppiata, ma ne è parte integrante. Gli interessi sono tanti i gasdotti e gli oleodotti così come i pochi, ma ricchi, giacimenti di petrolio nel Paese diventano essenziali. D’altra parte, controllare questa produzione significa avere in mano le chiavi di una parte del futuro della Siria. Quantomeno a livello economico. Ed è utile capire che può avere la carta del petrolio nel suo mazzo quando si troverà a giocare al tavolo delle trattative sul dopoguerra.

Articolo di Lorenzo Vita